I segreti del camminare nel più antico piede del mondo

Oltre tre milioni di anni fa un nostro lontano cugino chiamato Australopithecus afarensis se ne andava in giro camminando su due gambe, rendendo questa specie un capitolo chiave della storia umana. Un nuovo studio svolto su un raro bambino di A. afarensis indica ora che i piedi di questa specie conservavano alcuni tratti dei primati, in grado forse di aiutarli ad arrampicarsi sugli alberi.

La ricerca, , esamina nel dettaglio il piede di Selam, una bambina di A. afarensis vecchia di 3,3 milioni di anni e morta prima di raggiungere i 4 anni di età. Il fossile ha aiutato gli scienziati a capire come il piede degli A. afarensis si sviluppava nel passaggio dalla nascita all’età adulta. Il che a sua volta ci permette di cogliere alcuni dettagli di come crescevano.

“Possiamo capire che cosa accadeva negli individui giovani rispetto agli adulti e se cambiava il loro modo di spostarsi”, dice il paleoantropologo dell’American Museum of Natural History Will Harcourt-Smith, che ha revisionato lo studio prima della sua pubblicazione.

A. afarensis è conosciuto soprattutto

grazie al fossile di Lucy, una ominide di 3,2 milioni di anni fa scoperta in Etiopia nel 1974.  Negli anni seguenti i ricercatori hanno trovato un vasto numero di altri fossili di questa specie, consentendo loro di ricostruirne i dettagli del comportamento.

Le anche e le gambe assomigliano molto alle nostre, lasciando pochi dubbi sul fatto che camminassero su due piedi. Altre parti dello scheletro più simili a quelle dei primati indicano però una capacità di arrampicarsi superiore a quella degli attuali esseri umani. Le ossa delle dita delle mani e dei piedi di A. afarensis sono curve, rendendole più utili ad aggrapparsi, mentre le ossa delle braccia suggeriscono che fosse un forte arrampicatore.

I ricercatori hanno dibattutto a lungo sulle implicazioni di queste caratteristiche. A. afarensis si arrampicava in aggiunta al camminare o si trattava di un lascito dell’evoluzione? La discussione si è incentrata però principalmente sui fossili di adulti.

Il sogno di poter analizzare una “baby Lucy” è diventato realtà nel 2006, quando il paleontologo della University of Chicago Zeresenay Alemseged ha annunciato la scoperta da parte del suo gruppo di Selam nella regione etiope di Dikika, non distante da dove era stata trovata Lucy.

“Ogni fossile ci restituisce un pezzo del nostro passato, ma quando hai uno scheletro di bambino puoi farti delle domande sulla crescita e lo sviluppo e su come fosse la vita di un bambino tre milioni di anni fa”, dice l’autore principale della ricerca Jeremy DeSilva, un paleoantropologo del Dartmouth College. “E’ un ritrovamento magnifico”.

DeSilva ha visto i resti di Selam per la prima volta nel 2009 e pochi anni dopo, insieme ad Alemseged, hanno deciso di concentrarsi sui piedi.

Gli alluci degli esseri umani non sono così piegati come i pollici, sono piuttosto in linea cone le altre dita dei piedi, il che migliora le nostre capacità di camminare.  L’alluce di A. afarensis è allineato in maniera simile, ma l’attacatura della sua base è più curva rispetto alla nostra. A. afarensis poteva quindi ondeggiare di lato più di quanto possiamo fare noi oggi.

Il “pollicione” di Selam è anche più curvato rispetto a quelli degli adulti della sua specie, il che sembra indicare che avesse alluci particolarmente flessibili, adatti ad aggrapparsi. In ciò DeSilva vede un segno del fatto che A. afarensis avesse bisogno di un piede più aderente.

Per come la immagina DeSilva, gruppi di A. afarensis stavano in piedi durante il giorno e si arrampicavano sugli alberi di notte per mettersi al riparo dai predatori. I giovani di A. afarensis potrebbero aver scalato gli alberi più spesso, in quanto più vulnerabili, o i loro piedi forse permettevano loro di aggrapparsi meglio alle madri, rendendoli più facili da trasportare. 

Ulteriori studi potrebbero aiutare a risolvere il crescente dibattito sulla tendenza ad arrampicarsi sugli alberi degli adulti. Analisi delle ossa dei piedi di Selam potrebbero mostrare ad esempio come fosse distribuito il suo peso. La rarità di questo tipo di fossili rischia di lasciare però alcune di queste domande senza risposta. Per conoscere davvero i particolari dello sviluppo, sostiene DeSilva, ci sarebbe bisogno di avere a disposizione una serie di fossili relativi alle diverse età degli individui della specie, dai 4 ai 6 anni e oltre.

“Stiamo parlando di una collezione di fossili che non esisterà mai o che richiederà centinaia di anni per essere messa insieme”, dice. Sarei sorpreso dal poter vedere una cosa del genere nel corso della mia vita”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/

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