“Il 30% della Terra deve diventare area protetta”

Negli ultimi giorni di gennaio un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite ha risposto a un pubblicato nel dicembre 2018 da alcune delle maggiori organizzazioni mondiali di conservazione della natura nel quale si chiede che il 30% del pianeta sia protetto entro il 2030 e il 50% entro il 2050. Ma cosa significhi esattamente “protetto” e come i paesi possano raggiungere questi obiettivi, è ancora oggetto di discussione.

Secondo gli ambientalisti, che questi alti livelli di protezione sono necessari per salvaguardare i benefici che gli uomini traggono dalla natura (i cosiddetti servizi ecosistemici), come il filtraggio dell’acqua da bere e lo stoccaggio del carbonio che altrimenti farebbe aumentare ulteriormente l’effetto serra e quindi il . Queste aree protette servirebbero anche a prevenire le .

Gli esseri umani, e i loro animali domestici, hanno relegato il resto della vita sulla Terra

ai margini. Solo il 4% della massa totale dei mammiferi del mondo è rappresentato da animali selvatici. è costituito da noi stessi e dal bestiame che alleviamo. Dal 1970 le popolazioni di animali selvatici (mammiferi, uccelli, pesci e anfibi) sono .

è considerata come la causa principale dell’estinzione di specie e il drammatico declino osservato in queste popolazioni è un campanello d’allarme che indica come molte specie siano in pericolo di estinzione. La buona notizia è che c’è ancora tempo per salvare molte specie. La dell’Unione internazionale per la conservazione della natura indica 872 specie come estinte, ma un enorme numero, 26.500 specie, sono considerate come minacciate di estinzione. Per salvarle, devono essere protetti, e presto, sia i loro habitat che le altre specie dalle quali dipendono.  

 “Abbiamo davvero poco tempo”, dice Brian O’Donnell, direttore di , una fondazione con sede a Durango, in Colorado, che sostiene la creazione a livello globale di aree protette. “Ogni anno che aspettiamo, facciamo aumentare il numero delle specie in pericolo”.

L’appello dei conservazionisti è parte di un processo per definire degli obiettivi ambientali globali organizzato dalla Le negoziazioni sui obiettivi specifici continueranno fino a un incontro che si terrà a Pechino nell’Ottobre 2020.

Gli obiettivi sostituiranno e andranno oltre gli che erano stati fissati nel 2011 e avrebbero dovuto essere raggiunti entro il 2020. Tra questi c’è l’obiettivo di proteggere il 17% degli ecosistemi terrestri e delle acque interne e il 10% delle zone costiere e marine.

Questi obiettivi sono ancora a portata di mano. Dal 2018, il 14,9% degli ecosistemi terrestri e il 7,3% degli oceani sono
I promotori dell’appello per la protezione del 30% della Terra entro il 2030 includono BirdLife International, Conservation International, , Natural Resources Defense Council, Nature Conservancy e altre nove organizzazioni non governative. Molti considerano l’obiettivo del 2030 come un passo intermedio per arrivare a un obiettivo ancora più ambizioso: la protezione di metà degli ecosistemi del pianeta entro il 2050.

Gli appelli per proteggere metà della superficie terrestre , ma l’idea ha ripreso slancio ultimamente grazie alla creazione, nel 2009, del e alla pubblicazione, nel 2016, del libro Half Earth dell’eminente naturalista

“C’è stata una grande convergenza di pensiero in termini di persone che pensano su larga scala”, dice , vicepresidente esecutivo e ricercatore principale alla National Geographic Society, a Washigton D.C. “È molto raro che le principali organizzazioni per la conservazione della natura si trovino tutte d’accordo su una cosa”.

I promotori dell’appello dicono che avere un obiettivo chiaro e ambizioso può aiutare a far sì che la crisi della perdita di biodiversità riceva l’attenzione dovuta da parte dei governi e delle istituzioni private. Negli ultimi anni la preoccupazione per il cambiamento climatico ha, infatti, attratto la maggiore parte dell’attenzione.

O’Donnell dice che nell’ultimo incontro della Convenzione per la diversità biologica i ministri dell’ambiente erano il grado più alto di rappresentanti politici presenti, e molti sono rimasti solo per una parte dell’incontro. Diversamente, negli incontri per l’ erano presenti presidenti e primi ministri. Nello stesso periodo le negoziazioni sul clima hanno ricevuto molta più attenzione da parte dei media e del pubblico. Ma la questione della salvaguardia della biodiversità “deve essere portata all’attenzione dei leader mondiali”, dice O’Donnell. 

Includere i popoli indigeni
Alcuni osservatori aspettano di avere maggiori dettagli prima di supportare l’iniziativa. L’appello per proteggere il 30% della Terra, infatti, ha “allarmato” Victoria Tauli-Corpuz, a Baguio City, nelle Filippine. Tauli-Corpuz è uno degli autori di un che critica le organizzazioni per la conservazione della natura di cacciare i popoli indigeni dalle terre tradizionali per creare aree protette, impedire a coloro che sono stati precedentemente allontanati per la creazione di parchi di reclamare le loro terre, e avere creato delle regole molto restrittive che limitano le attività praticabili e mettono in pericolo la sopravvivenza delle popolazioni stesse proibendo l’agricoltura e la caccia.

Gli ambientalisti , e sottolineano anche che i loro territori sono spesso gestiti molto meglio, dal punto di vista della biodiversità, di quelli controllati dai coloni. Anche se le popolazioni indigene rappresentano meno del 5% della popolazione globale, possiedono o controllano circa il 25% degli ecosistemi terrestri, molti dei quali hanno una biodiversità di gran lunga superiore e meglio gestita del rimanente 75%. E nonostante la povertà e l’incertezza che i loro diritti di proprietà delle terre siano rispettati, i popoli indigeni e le comunità locali spendono circa quattro miliardi di dollari l’anno per la conservazione, una parte significante della spesa totale globale di circa 21 miliardi.     
 
Ma Tauli-Corpuz, indigena lei stessa, dice che le ideologie cambiano lentamente, e per molti la presenza continua di persone che vivono stabilmente in un’area sembra incompatibile con gli obiettivi di conservazione. “Credo siano ancora intrappolati nell’idea che le persone non dovrebbero interferire con la natura”, dice. “Sono tornata da un incontro a Nairobi alcuni giorni fa, e quasi tutti gli interventi parlavano ancora di questo problema”.

Tauli-Corpuz ha chiesto l’istituzione di un meccanismo di reclamo, che consenta alle popolazioni indigene danneggiate da progetti di conservazione di protestare formalmente alle Nazioni Unite, ma questo non ancora è stato messo in atto. In generale la restituzione delle terre e delle risorse prese da precedenti progetti di conservazione non è ancora avvenuta, aggiunge. “Chiedere un aumento delle aree protette senza occuparsi della questione dei popoli indigeni sarà problematico”, dice.

I promotori dell’appello dicono che le terre gestite e abitate dalle popolazioni indigene e da altre comunità locali contribuiranno a raggiungere l’obiettivo. “Proteggere la biodiversità significa proteggere le popolazioni indigene”, dice O’Donnell. “La questione sarà parte integrante del progetto di conservazione del 30% del pianeta, piuttosto che in conflitto con questo.”

Nuovi approcci innovativi
Alcune aree sono gestite da popolazioni locali sia per la conservazione che per l’uso sostenibile. Sia O’Donnell che Biallie fanno l’esempio del , un consorzio di aree protette in Kenya nelle quali i pastori locali di 18 gruppi etnici diversi gestiscono le loro terre per il pascolo del bestiame e per la conservazione degli animali selvatici con il supporto finanziario e logistico delle ONG e delle istituzioni governative.  

Il progetto chiarisce che non tutte le “aree protette” nell’obiettivo del 30% assomigliano ai tipi di parco e riserve familiari a molti Americani. L’Unione internazionale per la conservazione della Natura ha creato una , che vanno dalla categoria “Ia Riserva naturale integrale”, con accesso limitato alle persone, alla categoria “IV Area protetta per la gestione sostenibile delle risorse”, che più o meno descrive molti luoghi dove i popoli indigeni vivono oggi.   

Questo, assieme ai dati che mostrano i migliori risultati da parte delle popolazioni indigene nel proteggere la biodiversità, fanno sì che , ricercatore all’University of Maryland, Baltimore County, dica che a suo avviso “il riconoscimento della sovranità delle popolazioni indigene dovrebbe essere automaticamente parte del progetto di proteggere il 30% della Terra.”

Oltre ai diversi tipi di “area protetta”, l’appello include anche la categoria “Other Effective Area Based Conservation Measures” (Altre misure di conservazione effettiva basate sull’area).  Questa non è solo una frase vaga, ma una categoria di gestione del territorio sempre più codificata che era stata proposta per la prima volta nel 2011 negli Obiettivi di Aichi.

li definisce come “uno spazio geograficamente definito, non riconosciuto come area protetta, che è governato e gestito a lungo termine in modo da garantire l’effettiva conservazione in situ della biodiversità, con i servizi ecosistemici e i valori culturali e spirituali a essa associati”.

I possibili esempi includono luoghi di caccia e di raccolta tradizionali, aree naturali nelle basi militari e aree riservate alla ricerca scientifica, luoghi sacri e cimiteri, pascoli nelle praterie naturali, o anche parchi cittadini ricchi di biodiversità.

Evitare i “parchi di carta”
Per i promotori dell’appello, il 30% che deve essere protetto non deve essere solo la parte più facile ed economica da proteggere, ma dovrebbe essere rappresentativo della diversità degli ecosistemi del pianeta. Tuttavia quest’obiettivo potrebbe essere difficile da raggiungere entro il 2030, dice Ellis.

 “La grande questione su come arrivare a proteggere il 30% in poco più di dieci anni è se la velocità andrà a detrimento della qualità”, dice. “Sarebbe un peccato se si cercasse di arrivare all’obiettivo velocemente proteggendo ecosistemi che non sono veramente sotto pressione.”

Allo stesso modo, dice il ricercatore, conservare territori senza assicurarsi che vi siano dei finanziamenti sul lungo termine per gestirli e dei piani che assicurino la stabilità e la prosperità delle comunità circostanti rischia di creare dei “parchi di carta” che sono regolarmente saccheggiati da coloro cui non sono stati riconosciuti dei diritti di uso dell’area o che sono spinti da necessità. “Andando troppo veloce c’è il rischio di creare un grande insieme di aree protette che non hanno efficacia” avverte il ricercatore.

Le cose sono quindi più complesse di quanto potrebbe suggerire lo slogan “30% entro il 2030”. Nel 2030, dicono i principali ambientalisti, il 30% degli ecosistemi terrestri e marini dovrebbero essere destinati ad una rete di aree solidamente finanziate, supportate localmente, ed ecologicamente rappresentative gestite a beneficio della natura.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/

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