Dal babà al kiwi alla balena alla pizzaiola: la (stramba) cucina di Ugo Tognazzi

Attore di sensibilità rara e vero e proprio cultore della cucina che, per lui, era alla pari di una «cappella di famiglia»

Prima che la cucina irrompesse, prepotente, nella scatola nera che abbiamo in salotto, Ugo Tognazzi era il simbolo dell’attore che amava mettersi ai fornelli, che voleva dimostrare a tutti che ci sapeva fare. Sarà per questo che, quando veniva invitato in tivù per promuovere un film, ogni scusa era buona per cucinare, proporre al pubblico qualcosa che non aveva mai visto prima. Sì, perché nella sua casa di Velletri, in quel regno dove il frigorifero occupava una parete intera e gli insaccati e i quarti di manzo pendevano dai ganci di acciaio fissati al soffitto, Tognazzi sperimentava. La cucina per lui era arte esattamente come lo era il cinema: bisognava aspettare l’ispirazione, quell’idea geniale che ti avrebbe permesso di accendere la tavola con qualcosa di nuovo, appetitoso, esotico. «Io ho il vizio del fornello, sono malato di spaghettite», diceva parlando di se stesso l’attore che recitava per hobby «ma mangiava per vivere».
«Il profumo di un buon ragù lo adoprerei come dopobarba», spiegava un’altra volta ricordando quanto fosse importante per lui il giudizio dei commensali, degli ospiti che erano cavie.

Sandra Mondaini, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello al lancio del libro "L'AbbuffoneSandra Mondaini, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello al lancio del libro “L’Abbuffone.

Cavie perché Tognazzi non cucinava mica le cose semplici – spaghetti al sugo, arrosto di vitello e pesce alla griglia – come i comuni mortali. La sua missione era quella dello stupire e, a giudicare dai racconti dei figli Ricky, Gianmarco e Maria Sole, sembrava esserci riuscito. Una volta preparava la balena alla pizzaiola, «una roba terribile» ricorda la figlia, un’altra il babù al kiwi. Il lunedì le farfalle fuxia con le barbabietole cotte e il martedì le orecchiette al pomomascarpone. Il mercoledì la bavarese di fragole e il giovedì il carpaccio “a modo suo”, con l’olio di nocciole, l’aceto di lamponi e la pasta di tartufo, una squisitezza.

Quella tavola, per lui, diventava un palco e quegli ospiti seduti tutt’attorno diventavano il pubblico da intrattenere: «In questo mio rapporto d’amore con la cucina non ho né mediazioni né prescrizioni: io sono il creatore della scena e il suo esecutore, il demiurgo che trasforma le inerti parole di una ricetta in una saporita e colorata realtà», insisteva Tognazzi descrivendo il crepitio del soffitto come un suono melodioso, che risvegliava in lui ricordi lontani, esattamente come Proust con gli oggetti. «La gallina bollita, per esempio, mi fa riandare alla nonna, alle domeniche di Cremona, alla mostarda. E i lamponi freschi mi ricordano lontane e rare villeggiature in montagna coi miei genitori». Perché, dopotutto, fra sapere quando tirare fuori l’arrosto dal forno perché è cotto e prendersi un inchino dopo aver recitato al Puccini di Milano non è, poi, tutta questa gran differenza.


Fonte: https://www.lacucinaitaliana.it/

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