Mykines dalla strada tra Bour e Gasadalur, Vagar (foto Arturo Cocchi) 

Diciotto isolette, sparse nel nord Atlantico. Millequattrocento chilometri quadri per meno di 50mila abitanti. Addensamento umano di per sé esiguo, che diventa irrisorio appena fuori dalle due isole relativamente civilizzate; la Streymoy della capitale Torshavn e la limitrofa Eysturoy, che insieme assommano quasi i tre quarti dei faroesi. Detto in altri termini, basta sconfinare nella Vagar, che pure racchiude l’aeroporto internazionale, ma che in tutto non arriva a 4mila residenti, per ritrovarsi (e già a pochi chilometri dallo scalo) in un ambiente selvaggio, dove l’unico segno della presenza umana sono le pecore e i pascoli. Un luogo che sa di sconfinato, a dispetto delle dimensioni in assoluto modeste dei singoli lembi di terra. Estremo come ancora se ne trovano pochi nel Vecchio Continente – giusto la vicina Islanda, almeno tra quelli accessibili e percorribili in autonomia su un’automobile o in bicicletta o magari su un bus. Uno scenario di linee in verticale e di curve in orizzontale. Giganteschi monconi di basalto alti fino a 7-800 metri, reminescenze di antichissime eruzioni vulcaniche, dovute al distacco della attuale Groenlandia dall’Eurasia – geologicamente una sorta di Islanda agé -, incombono vicini e irregolari sul mare. Ci si muove in un sinuoso labirinto dove gli strettissimi canali separano le isole, quasi tutte molto vicine tra loro, sino quasi ad unirle. Muraglie ripide che fanno perdere le loro tracce lungo passaggi marini, così angusti da sembrare fiordi, anche quando non lo sono. Un paesaggio dominante, che atterrisce e affascina in un solo battito emotivo. A Nord le verticalità che più impressionano, con lo spettacolare Cape Enniberg, oltre 750 metri a picco sul mare: si raggiunge solo a piedi dal minuscolo villaggio di Vidareidi, ma dopo ripida ascesa fino agli 850 metri del punto più alto, seguita da impervia camminata lungo il crinale. A Est ci sono le isole più selvagge, raggiungibili solo con ferry che passano 2-3 volte al giorno. La spettacolare Fugloy, con il villaggio di Kirkja, caratterizzato – come dice il nome – dalla deliziosa chiesa che dà sul litorale da dove si ammira la vicina Svinoy. Un piccolo gioiello, che merita di essere attraversato a piedi. Scesi dal traghetto, si attraversa il villaggio, poi ci si incammina sull’unica strada, percorribile anche dalle auto, per salire e ammirare lo scenario, che si amplia fino a mostrare Vidoy (con il Cape Enniberg) e Bordoy. Oltrepassato il “valico” stradale, non ripido, si ridiscende nell’altro villaggio, sul versante opposto del crinale. Da lì, Hattarvik, si riprende il traghetto, mezza gionrata dopo. Ma attenti a non sbagliare orario, altrimenti si dorme all’addiaccio. Altri luoghi da non perdere, lo spettacolare borgo di Gjogv (e tutto il versante nord di Eysturoy). Ancora, un pernotto a Vestmanna, per godere del Bird Cliff Tour, un’escursione in barca che offre viste da brivido sulla propaggine Ovest dell’isola principale Streymoy, con passaggi stretti tra grotte e scogli a strapiombo. Altro must, la punta ovest di Vagar. A solo un quarto d’ora dall’aeroporto internazionale, superata Sorvagur, si percorre lo splendido fiordo che attraversa la minuscola Bour fino a Gasadalur. A sinistra, per chi arriva, si offrono impareggiabili viste su scoglietti e isole disabitate, sparpagliate lungo la tratta. In vista della meta, si ammirano dapprima la spettacolare Mykines; poco dopo, sulla destra, appare la scenografica cascata sotto al villaggio di Gasadalur, una delle immagini più celebri dell’arcipelago. Mykines, poi, merita un discorso a parte. L’estrema isola occidentale è anche la più difficile da raggiungere, l’unica immersa al 100 per cento nell’Atlantico e per questo sferzata da vento e mare 365 giorni l’anno o quasi. Ci si arriva (meteo permettendo) solo in battello o in elicottero, da Sorvagur o dall’aeroporto internazionale. L’escursione al faro è un must: sulla via, colonie di pulcinelle di mare prima, di sule poi, e un paesaggio splendido con qualsiasi luce tutto attorno. Ecco, in trenta foto, una sintesi in fotoracconto di questo microeden isolano nordico, che quest’anno ha deciso di “chiudersi per manutenzione” per un weekend di fine aprile. , saranno ammessi solo 100 volontari, che parteciperanno a progetti di ristrutturazione o di miglioramento dei servizi, il tutto sotto l’egida della sostenibilità. Per il resto dell’anno, le Faroe restano un eden ancora lontano dalle logiche del turismo di massa, e allo stesso tempo accessibile a tutti. Si può arrivare in aereo, o con la propria auto, in traghetto, dalla Danimarca. Le strade sono asfaltate ovunque. Il clima non è mai rigido come si potrebbe pensare d’inverno (a livello mare la pioggia è più frequente della neve, il termometro è vicino allo zero, ma perlopiù sopra). Raramente, in compenso, si superano i 12-14 gradì: neppure in pieno solleone. L’aspetto positivo è una temperatura costante, senza sbalzi, né da un giorno all’altro, né nell’arco delle 24 ore. La stagione più battuta è come ovvio l’estate piena: il consiglio è però di anticipare, tra maggio e giugno: il meteo, perennemente variabile, non di rado cupo e piovigginoso anche nella stagione migliore, offre mediamente più sprazzi di cielo azzurro; i verdi sono al massimo, la temperatura è comunque nettamente sopra zero (8-10 gradi); l’affluenza turistica è ancora accettabilea; i prezzi, infine, sono da stagione “media” (arturo cocchi)