La cucina nell’arte di Stanley Kubrick

A vent’anni dalla scomparsa, vogliamo ricordare Stanley Kubrick da una prospettiva diversa. Sì, perché nei suoi film il cibo svolge spesso un ruolo importante. In alcuni casi è addirittura la chiave per poter leggere e capire in profondità ciò che il regista ci sta raccontando

Potessimo descrivere Stanley Kubrick, scomparso il 7 marzo di vent’anni fa, in tre battute, probabilmente diremmo che amava l’arte e odiava le persone; che prediligeva il set alle serate mondane; e che la cucina rappresentava per lui un collante molto più forte di certi topos dissezionati dalla critica con cura maniacale. Una caratteristica peculiare del suo cinema visionario e d’avanguardia, oggetto di studio nelle università più prestigiose d’America, è, infatti, il suo rapporto con il cibo.

Il cibo come metafora

Un dettaglio che pare di poca importanza, ma che è il filo conduttore di molte delle sue opere più famose. In Stanley Kubrick, il cibo diventa metafora di qualcos’altro: di un’esistenza ricca o miserabile, di una spinta vitale o di un desiderio di morte. Ed è curioso come, spesso, un alimento sia in antitesi con il personaggio che lo consuma. Esattamente come Alex e la sua banda che, in Arancia meccanica (1971), mettono in scena le peggiori atrocità pur andando pazzi per il latte più. Un frappè dolciastro associato ai connotati dell’innocenza dei fanciullini e non certo a chi fischietta di notte con il manganello stretto alla cintura.

In The Shining, capolavoro del 1980, le dispense dell’Overlook Hotel, teatro della follia del Jack Torrance interpretato da Jack Nicholson, traboccano di provviste. Come se al senno che svanisce corrispondesse una tavola stracolma di viveri.

American actor Jack Nicholson and director and producer Stanley Kubrick on the set of Kubrick's film, The Shining. (Photo by Murray Close/Sygma/Sygma via Getty Images)Jack Nicholson e Stanley Kubrick sul set di The Shining (foto by Murray Close/Sygma/Sygma via Getty Images).

In Full Metal Jacket (1987) il cibo è un elemento di disturbo, carico di facili battute e disagi profondissimi. A incarnarlo è la recluta che porta il nome di Golmer Pyle, talmente bolso da guadagnarsi il soprannome di Palla di Lardo, appunto. Epiteto che lo porterà a un disagio tale da indurlo alla pazzia.

È in 2001: Odissea nello spazio (1968), tuttavia, che Stanley Kubrick pone il cibo su un piedistallo, come metafora perfetta del progredire o del degenerare della razza umana. Il film, uno dei più apprezzati e studiati del regista, colpisce per le atmosfere rarefatte, asettiche, ma anche per l’utilizzo della materia prima e della sua trasformazione. Il passaggio dall’età del Neolitico all’età contemporanea avviene, infatti, attraverso il consumo di cibo da parte di scimmie antropoidi che prima si nutrono di frasche e rami secchi, e successivamente, dopo la comparsa di un gigantesco monolite nella loro radura, di carne fresca e rossa di tapiri. Si passa, quindi, da una dieta vegetariana, che per Stanley Kubrick rappresenta la fame e la malnutrizione, a una dieta a base di carne, associata alla prosperità e al progresso. Dopo la comparsa della pietra misteriosa, infatti, i primati scoprono nell’osso un’arma di difesa e adatta alla caccia: circostanza in grado di assicurargli la sopravvivenza. Il passaggio seguente, nel quale il cibo inizia a essere caricato di un nuovo significato, è questo: se all’inizio erano i primati a procacciarselo e a divorarlo crudo, senza che fosse oggetto della trasformazione del fuoco, più avanti non è più cacciato, ma servito comodamente. A bordo dell’Orion, infatti, una hostess porge a Floyd un vassoio fornito dal computer, mentre gli astronauti del Discovery consumano sandwich di pollo, prosciutto e formaggio già confezionati, senza sforzi. Nel futuro, libero dalla carestia e svincolato dalla ricerca di cibo, tutto appare fermo, immobile e, addirittura, poco invitante. Il cibo è incorporeo, assunto tramite una cannuccia per evitare che si disperda in un ambiente privo di gravità. A ogni colore corrisponde un alimento: pesce, mais, patatine fritte, carote, caffè. Non ha più forma, consistenza. Ora è triturato, sminuzzato e lontano anni luce dalla crudezza sanguinante che tanto stuzzicava gli antropoidi. È la tecnologia che ha il potere di darlo e di toglierlo, esattamente come una Madre Natura cibernetica. Se ti comporti bene e rispetti le regole lo avrai, altrimenti morirai di fame perché è il progresso ad avere l’ultima parola. Non più l’uomo. Più avanti nella storia c’è una scena di Bowmann che viene condotto dagli alieni a cena. In quella che sembra una stanza d’albergo, l’uomo consuma il proprio pasto su una tavola elegantemente apparecchiata, con calici di cristallo e stoviglie di pregio. È il preludio della morte, di una nuova esistenza e, anche qui, il cibo è protagonista. Fra il ciclo della fame e della sazietà, il mito della razionalità e il rapporto distruttivo fra uomo e macchina, il cibo c’è ancora ed è questa, forse, la lezione subliminale che Stanley Kubrick cerca di insegnarci: sia esso sanguinolento o una poltiglia morbida, il pasto accompagnerà l’umanità sempre. Fra lo spazio e il tempo. Fra il passato e il futuro.


Fonte: https://www.lacucinaitaliana.it/

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