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Catania, la lotta con gli elementi e la nascita del Barocco

L’Etna visto dalla chiesa della Badia di Sant’Agata

“Don Arcaloro, don Arcaloro, domani alli vintura… a Catania s’abballa senza sonu” (Domani alle due si ballerà senza musica).
Narra la leggenda che alla vigilia dell’11 gennaio 1693 una strega avvisa così un nobiluomo locale del terremoto che avrebbe spazzato via Catania e la Val di Noto…  Il barone Arcaloro Scammacca Perna della Bruca e Crisciunà capisce, fugge e si salva. Ancora oggi, il barone, vive raffigurato in un quadro settecentesco di Salvatore Lo Presti mentre dal dipinto ci guarda, in ieratica attesa con un orologio nella mano destra.

C’è sempre una data, un evento, una cesura dalla quale bisogna partire per provare a capire una città. Nel caso di Catania – Catania greca, romana, bizantina, araba, spagnola, italiana – la riga rossa dalla quale partire si dipana alle 13:30 di quell’11 gennaio 1693. È l’ora della scossa principale del sisma che distrugge la Sicilia orientale, l’evento di più elevata magnitudo della storia italiana, secondo per numero di morti solo a quello dello Stretto di Messina del 1908.

I freddi numeri parlano di 7,4 gradi di magnitudo, 45 centri abitati rasi al suolo oltre a innumerevoli villaggi, 60.000 morti. Solamente a Catania i morti sono 16.000 sui circa 20.000 abitanti. Catania non c’è più, Catania sembra sconfitta per sempre. Catania, che mai ha avuto paura, e che è sopravvissuta a innumerevoli eruzioni del suo gigante, l’Etna. Per capire l’assenza della paura di questa città, il suo fatalismo, basta guardarla dall’alto, vedere come si propende verso l’Etna anziché fuggirlo, quasi ad abbracciarlo cingendolo sino alle sue pendici, sino agli accumuli di lava, neri e contemporaneamente verdi di pistacchio. ()

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