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Cranio scoperto in Grecia forse il più antico fossile di Sapiens fuori dall’Africa

Lungo la costa rocciosa del sud della Grecia i nostri antichi antenati umani potrebbero aver vissuto in quello che un tempo era un luogo dal clima mite, riparato dagli sconfinanti ghiacciai del Pleistocene medio. Mentre molti di loro scomparvero senza lasciare traccia, i crani di due individui furono in qualche modo trascinati in una profonda fessura nel terreno, dove le ossa si sono cementate nel terreno.

Centinaia di migliaia di anni dopo, grazie alle analisi di questi resti è possibile ipotizzare l’identità inaspettata dell’individuo a cui appartenevano: un frammento di cranio potrebbe essere riconducibile a uno dei primi esseri umani moderni, vissuto almeno 210mila anni fa. Quello rinvenuto sarebbe dunque .

“È tutto molto emozionante!”, dice la responsabile dello studio dell’Università

Eberhard Karl di Tubinga, in Germania. “È gratificante vedere che le mie ipotesi sull’importanza della regione per l’evoluzione umana siano supportate dalle nostre scoperte”.

Se confermata, la scoperta potrebbe aiutare a chiarire i primi spostamenti degli esseri umani moderni al di fuori dall’Africa. Ma non tutti sono convinti dalla solidità di tale ipotesi.

“Non riesco a cogliere nulla che suggerisca che l’individuo appartenga alla linea evolutiva dei Sapiens“, afferma , paleoantropologo dell’Università di Madrid. Nel 2017, nelle vicinanze portò a concludere che si trattasse di resti di probabile origine neandertaliana, risalenti ad almeno 160mila anni fa.

“Ero assolutamente sbalordito”, commenta relativamente alle conclusioni del team di ricerca.

Vecchi ritrovamenti, nuove tecniche

Scoperti alla fine degli anni Settanta, i frammenti del cranio spuntavano da una parete della Grotta di Apidima, un sito al di fuori della città di Areopoli, nel Peloponneso. Ma studiare i fossili di Apidima, come sono poi stati ribattezzati, ha comportato non poche difficoltà. La prima riguarda il fatto che i teschi frammentati sono rimasti racchiusi nella loro matrice rocciosa fino alla fine degli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila. E anche quando sono stati rimossi dalla roccia, la loro identità non risultava inizialmente chiara.

Uno dei crani era quasi completo, ma si era deformato durante i millenni trascorsi nel suo involucro roccioso. Tuttavia, gli studi precedenti avevano attribuito il cranio a un Neandertal, conclusione condivisa anche dall’ultimo studio. Il secondo frammento di cranio si trovava a pochi centimetri di distanza nella roccia ed era piccolo: un solo frammento era più grande delle dimensioni del palmo di un adulto. Dunque, i ricercatori all’inizio conclusero che si trattava probabilmente della stessa specie ed età del primo.

Proseguendo le analisi su questi enigmatici fossili, gli scienziati del Museo di Antropologia dell’Università di Atene hanno contattato Harvati per chiederle se fosse interessata a studiarli. Impazienti di adottare le tecniche moderne per studiare questi resti ben noti, la studiosa e i suoi colleghi hanno deciso di cogliere l’opportunità.

“È una fantastica coincidenza scoprire la presenza di due teschi vicini, a 30 centimetri l’uno dall’altro”, afferma della Griffith University in Australia, fra gli autori dello studio. “In tutta la Grecia, esiste solo un altro cranio risalente a quel periodo. Dunque è straordinario che se ne trovino due insieme. Harvati e il suo team hanno scansionato i fossili servendosi della tomografia computerizzata; successivamente, due membri del gruppo di ricerca hanno lavorato separatamente alle ricostruzioni virtuali, ognuno usando due protocolli diversi nel tentativo di ridurre il rischio di errori mentre lavoravano digitalmente sui fossili. Infine, gli scienziati hanno confrontato le caratteristiche delle ricostruzioni con una serie di crani che si riteneva appartenessero a Sapiens o Neandertal, ma anche con altri crani eurasiatici e africani di specie oggetto di dibattito risalenti al Pleistocene medio.

Continui tentativi

Scoprire a chi appartenesse il cranio è stato una grande sorpresa per il team: era straordinariamente simile a quelli degli esseri umani moderni.

Il ritrovamento di un frammento di cranio sembra davvero molto poco per giungere a una conclusione così rilevante; tuttavia, nella parte posteriore della testa è possibile individuare una serie di indizi che riconducono il fossile a Homo sapiens. Questa parte del corpo è diagnostica quasi come il mento, che fra gli ominini rappresenta una caratteristica esclusiva in Homo sapiens, spiega il paleoantropologo della City University di New York, che non ha preso parte allo studio ma che è autore di un articolo di accompagnamento pubblicato su Nature.

Innanzitutto, a essere rivelatrice è la forma. Se tocchiamo la parte posteriore della testa, la sentiamo curva come un pompelmo. Ma le teste dei Neandertal sono maggiormente allungate, caratterizzate da una protuberanza nota come “chignon”. E l’antico frammento di cranio rinvenuto ad Apidimia non è allungato.

A questo punto, i ricercatori hanno inviato lo studio ai fini della pubblicazione, ma è stato rifiutato. Al tempo i ricercatori avevano ipotizzato che la vicinanza dei fossili suggerisse che risalissero allo stesso periodo, vale a dire almeno 160mila anni fa. Ma non vi è alcuna evidenza concreta sul fatto che queste popolazioni fossero in così stretta vicinanza fra loro almeno fino a circa 60mila anni fa e dunque i revisori dello studio erano scettici sul fatto che il fossile fosse riconducibile a un essere umano moderno e che si trovasse così vicino ai resti di Neandertal, afferma del Natural History Museum di Londra.

Il team di ricerca si è allora rimesso al lavoro al fine di approfondire l’analisi dei crani, tentando inoltre di datare il frammento. Ed ecco che è arrivata la seconda sorpresa: risaliva a circa 210 mila anni fa. Se confermata, l’età del fossile strapperebbe il primato di resti di umani moderni più antichi finora conosciuti alla e datata circa 180 mila anni fa. E il fossile sarebbe inoltre più antico di 150 mila anni rispetto a quelli che finora erano considerati i più antichi fossili di Homo sapiens scoperti in Europa.

L’incredibile viaggio degli ominini

Se le conclusioni cui è giunto il team di ricerca sono corrette, il frammento di cranio rinvenuto ad Apidima rappresenta un’ulteriore prova che un gruppo di esseri umani moderni lasciò l’Africa molto prima di quanto ritenuto in precedenza. Fino a poco tempo fa, infatti, si pensava che gli esseri umani moderni fossero migrati dal continente molto dopo, circa 60mila anni fa.

Invece, alcuni nostri antichi antenati umani giunsero nella Cina centrale già 2,1 milioni di anni fa, come testimoniato dagli utensili in pietra rinvenuti nel sito di Shangchen. Gli ominidi da cui discende  il piccolo Homo floresiensis scoperto sull’isola di Flores giunsero nel Sud-Est asiatico almeno 700 mila anni fa. E i predecessori dei Neandertal arrivarono in Europa almeno mezzo milione di anni fa, separandosi dai denisoviani almeno 400mila anni fa.

Quest’ultima scoperta suggerisce che gli esseri umani moderni riuscirono a giungere molto più a nord, e molto prima, di quanto ritenuto in precedenza, afferma Harvati. Ma molti altri ricercatori sostengono che sia ancora troppo presto per riscrivere i libri di storia. “Per fare tali affermazioni occorrono maggiori dettagli”, afferma Arsuaga.

In uno studio del 2014, Arsuaga e i suoi colleghi hanno descritto il cranio di 430mila anni fa proveniente da Sima de los Huesos, noto anche come “fossa delle ossa”, in Spagna, che sembrava appartenere a un Neandertal ma che non era però allungato, tratto considerato diagnostico. Forse, allo stesso modo, il frammento di cranio di Apidima proveniva da uno dei primi Neandertal, afferma. Gli autori del nuovo studio non escludono che potrebbe essere così, ma sottolineano però che il frammento di cranio si distingue dai resti di Sima, e anche dai fossili appartenenti ai primi Neandertal risalenti a epoca simile.

“Come per ogni nuova scoperta entusiasmante, è normale aspettarsi all’inizio una reazione di sano scetticismo”, afferma Stringer. “Non abbiamo rinvenuto l’osso frontale, le arcate sopraccigliari, la faccia, i denti o la regione del mento, che sarebbero potuti apparire meno ‘moderni’ nella forma. Tuttavia, lo studioso sottolinea le numerose misure adottate dal team per ridurre le incertezze.

“Le ricostruzioni rappresentano il punto di incontro fra arte e scienza”, dichiara , antropologo della North Carolina State University. Se è vero che tali analisi possono essere influenzate dalle aspettative e dai crani utilizzati per operare il confronto, lo studioso afferma tuttavia che i ricercatori sono stati accurati e concorda sul fatto che il frammento di cranio ingloba in sé “un mix di caratteristiche distintive dei Sapiens“.

Ma del Berkeley Geochronology Center non è convinto della datazione del frammento, considerandola “imprecisa e frammentata”. E ha dubbi anche sulla datazione dei resti che si situano al secondo posto per essere i più antichi di Homo Sapiens, rinvenuti in Israele, sostenendo che il fossile non possa risalire a più di 70mila anni fa.

“Lo studio contiene tutti i dettagli”, ribatte Grün. “Non c’è niente che abbiamo nascosto e questa, dal mio punto di vista, rappresenta la migliore interpretazione dei risultati”.

A prescindere dal fatto che Homo sapiens sia riuscito a raggiungere la Grecia 210 mila anni fa, la prima migrazione non sembra aver messo radici, e questi avventurieri probabilmente si estinsero senza lasciare tracce genetiche negli esseri umani di oggi. Alcuni indizi su queste popolazioni enigmatiche permangono tuttavia nel DNA simile a quello dei Sapiens rinvenuto nei Neandertal, che sarebbe il risultato di una precedente fase in cui i due gruppi si incrociarono centinaia di migliaia di anni fa.

Forse i fossili di Apidima appartenevano a una popolazione che intratteneva rapporti e si incrociava con i nostri cugini Neandertal, afferma Harvati. Ma in assenza di ulteriori evidenze, è difficile dire dove vivesse questa popolazione o per quanto tempo sia esistita.

“La fotografia che abbiamo di fronte ci dice certamente che vale la pena guardare altrove”, conclude Delson.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/


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