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El Salvador, in fuga dalle gang

Gli espulsi arrivati dagli Stati Uniti scendono dai pullman uno dietro l’altro a capo chino, come criminali. 

Prelevati in vari centri di detenzione per immigrati, sono stati fatti salire a bordo di un jet anonimo vicino al confine fra Texas e Messico e trasferiti a oltre 1.870 chilometri di distanza, in un aeroporto nei pressi di San Salvador, la capitale salvadoregna. Il pericoloso viaggio verso nord che molti di loro avevano preparato per anni e compiuto nell’arco di varie settimane è giunto al capolinea in sole quattro ore. 

“Benvenuti”, dice un agente del servizio immigrazione salvadoregno nel nuovo centro d’accoglienza realizzato con l’aiuto degli Stati Uniti. “Qui siete in famiglia”. I 119 volti lo fissano con occhi spenti. In fondo è seduto un ventiquattrenne che indossa una maglietta bianca con la scritta, a mano, Fede speranza amore.

Come molti qui non vuole rivelare il suo nome; quando era adolescente e abitava nelle campagne dell’Usulután, uno dei 14 dipartimenti del paese, era stato sollecitato a entrare nella Mara Salvatrucha, la gang più grande del Salvador, nota anche col nome di MS-13. Lui, però, si era iscritto alla scuola di polizia. Quando la gang lo scoprì iniziarono le minacce di morte. 

Perciò è fuggito a sud, in Colombia, dove ha trovato lavoro come camionista e si è innamorato. Quando la sua ragazza si è procurata il visto e ha raggiunto alcuni parenti negli Stati Uniti, lui ha dato 8.000 dollari a un “coyote”, un trasportatore di clandestini, e in un mese ha attraversato le forche caudine di sette confini, risalendo l’istmo centramericano fino ad arrivare in Texas e poi ad Atlanta.

Un parente con un permesso di soggiorno permanente lo ha assunto come installatore di impianti di irrigazione con uno stipendio di 3.000 dollari al mese, più del quintuplo del reddito mensile medio di un famiglia salvadoregna. E lui ogni mese ha spedito a casa 500 dollari per aiutare la madre e la nonna.
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In questa foto: curiosi sul luogo di un omicidio nella capitale, San Salvador. Il clima di violenza spinge ogni giorno centinaia di persone a partire per gli Stati Uniti, dove quella di El Salvador è la quarta comunità latina in ordine di grandezza dopo la messicana, la portoricana e la cubana. 


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/


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