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Il futuro dei pinguini imperatore legato (anche) alle decisioni della COP25

Nel passato i minatori portavano nelle miniere dei canarini in gabbia per individuare la presenza di monossido di carbonio. Se la concentrazione di questo gas, inodore e incolore, diventava troppa alta, i canarini morivano. L’interruzione del loro canto allertava i minatori, che scappavano e si salvavano la vita. Oggi, gli scienziati indicano i pinguini imperatore, una delle specie di uccelli più studiata al mondo, come i moderni canarini delle miniere, lanciatori dall’allarme degli impatti dei combustibili fossili sulla vita sulla Terra. L’Antartide e l’Oceano Australe sono una delle zone al mondo dove il cambiamento climatico è più rapido ed evidente, con l’aumento della temperatura atmosferica e di quella dell’oceano, il collasso delle calotte glaciali, la riduzione del ghiaccio marino.

Il destino dei pinguini imperatore è strettamente connesso a quello della banchisa, che essi usano come base per riprodursi, alimentarsi e fare la muta. In uno studio un gruppo di ricerca internazionale ha usato dei modelli matematici per combinare le informazioni sul ciclo dei vita del

pinguino imperatore con diversi scenari potenziali di cambiamento climatico: business as usual (cioè senza riduzione delle emissioni); riduzione delle emissioni per contenere la temperatura entro 2°C; e contenimento della temperatura entro 1,5°C. Gli ultimi due scenari fanno riferimento all’Accordo di Parigi, firmato nel 2015, nel quale i paesi del mondo si sono impegnati a contenere la temperatura media terrestre entro 2°C sopra la temperatura media dell’era pre-industriale e a fare tutto il possibile per rimanere entro 1,5°C.

Il cambiamento ambientale è più veloce della capacità di adattamento degli organismi viventi
I ricercatori hanno trovato che se le emissioni di gas serra continueranno alla velocità attuale, i pinguini imperatore potrebbero essere virtualmente estintiti nel 2100 a causa della forte diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino. “Se il riscaldamento terrestre continua alla velocità attuale, prevediamo che nel 2100 ci sarà un declino dell’86% della popolazione globale del pinguino imperatore” dice in un comunicato , esperta di uccelli marini alla e autrice principale dell’articolo. “A quel punto è molto improbabile che la popolazione possa riprendersi” dice la ricercatrice. Tuttavia, se delle politiche climatiche più ambiziose fossero messe in atto, questa marcia contro l’estinzione potrebbe essere interrotta, con il 31% di popolazioni di pinguino che si estingue nello scenario 2°C, e “solo” il 19% nello scenario 1,5°C.

Il modello usato per queste simulazioni prende in conto anche la capacità dei pinguini di migrare verso zone rifugio, dove il ghiaccio marino persisterà più a lungo, simulando così la capacità di adattamento dei pinguini ai cambiamenti nel loro habitat. Gli autori notano che questa capacità di adattamento tramite la dispersione ha effetti limitati, non capaci di assicurare la sopravvivenza della specie. E in ultima analisi, quanto tutto il ghiaccio marino sarà scomparso non ci saranno più zone rifugio dove andare. Invece, politiche climatiche che mettessero in atto dei piani ambizioni di riduzione delle emissioni di gas serra riuscirebbero a salvare dall’estinzione il pinguino imperatore grazie alla capacità di conservarne l’habitat naturale, la banchisa che circonda l’Antartide.

Anche nel Mediterraneo gli habitat stanno scomparendo, e con loro centinaia di specie endemiche
Ma i pinguini imperatore in Antartide non sono le uniche specie che non ce la faranno ad adattarsi ai rapidissimi cambiamenti negli habitat naturali se il cambiamento climatico non viene rallentato tramite la riduzione delle emissioni di gas serra. Anche fauna e flora dell’area mediterranea sono particolarmente a rischio. Le osservazioni mostrano che l’area mediterranea si è già riscaldata una volta e mezzo più velocemente del resto del mondo e i modelli IPCC indicano che le precipitazioni sono destinate a diminuire nel futuro e a concentrarsi in pochi eventi brevi e di alta intensità.

Un riscaldamento globale di 2°C vedrebbe la disponibilità di acqua, già scarsa, ridursi del 17%. Ma oltre al problema delle risorse idriche e della desertificazione, già in atto nelle regioni meridionali europee, alcuni habitat stanno già scomparendo. È il caso degli habitat di alta montagna. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha calcolato la probabilità di estinzione di 150 piante delle Alpi Europee nel prossimo secolo in funzione dei cambiamenti climatici previsti dai modelli IPCC. Per fare questo sono stati usati dei modelli matematici che combinano le proiezioni dei cambiamenti nella distribuzione geografica degli habitat (spostamenti in altitudine dovuti ad aumento della temperatura e diminuzione della piovosità) con simulazioni della demografia e della dispersione dei semi. I ricercatori hanno trovato che l’areale di distribuzione delle piante studiate diminuirà in media del 44-50% al 2100.
I modelli mostrano però anche un’altra cosa: che quasi la metà degli habitat dove si troveranno le popolazioni relitte di queste specie (cioè dove si troveranno degli individui adulti nel 2100) sarà a sua volta diventato non adatto alle specie stesse, che non saranno in grado di riprodursi con successo. I ricercatori indicano questo fenomeno come extinction debt indicando il processo per cui queste piante saranno destinate a scomparire dopo il 2100 (cioè pagare il loro “debito di estinzione”) perché il loro areale pian piano salirà sempre più in alto sulle cime delle Alpi, fino a scomparire del tutto. Una volta scomparso l’habitat, scompariranno anche le piante, sempre che non riescano ad adattarsi alle nuove condizioni ambientali. Ma un’evoluzione così rapida, cioè rapida quanto il cambiamento climatico oggi in atto, non pare possibile.

Impatti su agricoltura, economia, salute
Gli impatti dei cambiamenti climatici non sono limitati alle specie animali e vegetali selvatiche, la cui scomparsa, anche nel caso di specie iconiche come il pinguino imperatore in Antartide, non ha un impatto diretto sulla qualità della nostra vita quotidiana. Infatti essi riguardano anche la salute, il deterioramento del territorio, l’agricoltura, l’economia, come denuncia Rita Cantalino dell’associazione ambientalista : “Il cambiamento climatico porterà dei rischi per la salute: la comunità scientifica ci dice che ci sarà un peggioramento delle allergie e delle malattie legate all’apparato respiratorio. Inoltre 36 aree costiere del paese sono a rischio di scomparsa a causa dell’innalzamento del livello del mare”.

E se fino a 5500 km2 di zone pianeggianti e collinari poste ad un’altezza prossima al livello del mare attuale rischiano di finire sommerse da qui al 2100, come riportato in uno studio pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews, d’altra parte nel sud d’Italia si rischia la desertificazione. “Il pericolo della desertificazione” dice Cantalino “è maggiore soprattutto nel sud del paese, dove l’economia si basa principalmente sull’agricoltura” che subirà ripercussioni negative sulla produzione, sulla prevedibilità dei raccolti e dove la superficie delle zone adatte ad essere coltivate diminuirà.

Le informazioni scientifiche dell’IPCC obbligano gli Stati ad agire
La comunità scientifica sostiene che le promesse di riduzione delle emissioni fatte nell’ambito dell’accordo di Parigi non sono sufficienti per contenere la temperatura entro 1,5°C. Per arrivare a questo obiettivo c’è bisogno di politiche climatiche più ambiziose. E l’Italia non sta seguendo le indicazioni dell’IPCC, nonostante abbia firmato l’accordo di Parigi” afferma Cantalino, che è responsabile della campagna Giudizio Universale nella quale varie associazioni, cittadini, avvocati e scienziati stanno istruendo una causa legale contro lo Stato Italiano per chiedere giustizia climatica.
“Con la campagna Giudizio Universale noi contestiamo allo Stato Italiano di non aver messo in atto politiche climatiche abbastanza ambiziose. Le politiche di decarbonizzazione nel Piano Nazionale Integrato Clima e Energia (PNEC) non sono sufficienti” denuncia Cantalino. Il PNEC infatti prevede al 2030 ancora il 70% di fonti energetiche fossili (petrolio e gas), mentre solo poco meno del 30% è rappresentato da rinnovabili. “Tutto questo non è in linea con le indicazioni della comunità scientifica, che tramite il Rapporto speciale IPCC Riscaldamento globale 1,5°C ci dice che dobbiamo ridurre l’uso di fonti fossili da subito” continua Cantalino. “Inoltre riteniamo che lo Stato italiano stia facendo una comunicazione poco chiara verso la cittadinanza, la quale non è informata sui rischi alle persone, ai territori, e non è consapevole che lo Stato non sta facendo abbastanza per mitigare il cambiamento climatico”.

La strategia sulla quale i ricorrenti stanno costruendo la causa legale si basa sul fatto che le acquisizioni scientifiche condivise, come lo sono quelle dell’IPCC, vincolano gli Stati ad agire di conseguenza, in questo caso a mettere in atto tutte le misure necessarie per tutelare i cittadini dagli impatti del cambiamento climatico. Cantalino spiega che la causa legale sarà depositata a inizio del 2020 e sarà promossa da associazioni e comitati, cittadini e genitori in rappresentanza dei figli e delle generazioni future. Sarà una causa in difesa dei diritti umani sulla base della Costituzione Italiana, degli accordi internazionali e di altre norme dell’ordinamento giuridico italiano.

Articolo 6: le regole per far funzionare l’Accordo di Parigi ancora non sono state decise
Nonostante la firma dello storico Accordo di Parigi nel 2015, le emissioni di gas serra (anidride carbonica, metano e monossido di azoto) hanno continuato ad aumentare a livello globale, come indicato dal preparato dal Global Carbon Project. E l’Emission Gap Report rilasciato dal Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) il 26 novembre di quest’anno, indica che anche se i paesi rispettassero gli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra che hanno sottoscritto nell’ambito dell’Accordo di Parigi (i cosiddetti ), questo non sarebbe sufficiente a limitare la temperatura globale entro i 2°C. Secondo il rapporto, se le emissioni non cominceranno a diminuire da subito, quando arriveremo al 2030 sarà troppo tardi per poter contenere la temperatura entro 1,5°C.

Il 2 dicembre si è aperta a Madrid la XXV Conferenza delle parti della convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP25), che durerà fino al 13 dicembre. “Uno dei nodi principali della COP25 riguarda l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi che contiene i principi per implementare l’accordo e deve definire le regole per un mercato globale del carbonio che aiuti i paesi a ridurre le emissioni” spiega Elena Verdolini, ricercatrice all’Università di Brescia e all’RFF-CMCC European Institute for Economics and the Environment (EIEE), che riunisce le competenze dell’istituto di ricerca Resources for the Future (RFF) a Washington DC, negli Stati Uniti, e del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) in Italia.

“Tutti i paesi, sia quelli sviluppati sia quelli in via di sviluppo, devono contribuire alla riduzione delle emissioni globali, cioè rivedere al rialzo i loro NDC. L’articolo 6 dovrebbe inoltre aiutare a finanziare meccanismi per il trasferimento delle conoscenze tecniche dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, così da promuoverne uno sviluppo sostenibile che faccia uso da subito di energie rinnovabili, senza passare dall’utilizzo delle fonti fossili” dice la ricercatrice. L’, parte dell’International Institute for Sustainable Development, pubblica ogni giorno un bollettino che fa il punto delle negoziazioni in corso.

In un seminario in linea tenutosi domenica 9 dicembre fa il punto della situazione sulla prima settimana della COP25. Quello che emerge è che forse non tutti gli aspetti dell’articolo 6, che originariamente doveva essere concluso nella COP24 di Katowice, saranno conclusi nemmeno durante la COP25 di Madrid. Alcuni degli aspetti ancora da chiarire sono politici, altri tecnici, e riguardano, per esempio, i metodi da utilizzare per contabilizzare gli sforzi di riduzione delle emissioni (se si utilizzano unità di misura diverse, sarà impossibile confrontare gli sforzi dei diversi paesi), oppure il calendario per rinnovare gli NDCs di ciascun paese (secondo l’Accordo di Parigi, gli NDCs devono essere rinnovati ogni 5 anni e ad ogni rinnovo l’ambizione deve essere superiore a quella del ciclo precedente. Però durante le negoziazioni della prima settimana alcuni paesi hanno chiesto che i cicli di rinnovo degli NDC siano ogni 10 anni, il che di fatto rallenta l’azione di mitigazione ai cambiamenti climatici).

Secondo quanto riportato dall’IISD Reporting Services, la presidenza cilena della COP25 (inizialmente la COP25 doveva svolgersi in Cile, ma è stata spostata in Spagna a causa dei disordini nel paese sudamericano) ha deciso di organizzare delle tavole rotonde tra ministri paesi (ministri dell’ambiente, ma anche della scienza, dell’energia e della finanza) per aprire delle discussioni e degli scambi che permettano a tutti di capire ciò che c’è in ballo con il cambiamento climatico e quindi (spera la presidenza cilena) dare mandato ai negoziatori tecnici di prendere decisioni forti ed efficaci per mitigare il cambiamento climatico.

Quale ruolo dell’Europa?
“L’UE è andata alla COP25 con aspettative molto chiare: con l’elezione della nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyden e il suo Europe Green New Deal che prevede di portare l’Europa alla neutralità climatica per il 2050, l’UE chiede in maniera forte agli altri paesi di impegnarsi per la decarbonizzazione” spiega la ricercatrice. “Allo stesso tempo, attorno alla COP ufficiale, ci sono i side-events della società civile, dove ci sono centri di ricerca, portatori d’interesse, associazioni, e dove, sulla scia del movimento di giovanile di Fridays For Future ci si aspettano degli impegni molto marcati da parte degli stati”. Verdolini sarà presente alla COP25 durante un side-event al padiglione europeo per parlare della decarbonizzazione dell’industria e delle sfide e barriere che andranno affrontate nel breve e lungo termine.

“Le sfide più grosse rappresentano il settore industriale, quello dei trasporti e quello dei consumi finali” spiega la ricercatrice, specializzata in economia ambientale e direttrice di un’unità di ricerca su innovazione sostenibile presso l’EIEE. “Nel settore industriale, ad esempio, non esistono ancora alternative valide nel settore della chimica e della metallurgia, dove le alte temperature, che è possibile raggiungere solo con le fonti fossili, sono necessarie per i processi industriali”. E nel caso dei traporti e dei consumi finali ci sono barriere che invece di essere di tipo tecnologico sono “barriere comportamentali”. “Pensiamo agli uomini di affari che viaggiano spesso in aereo per lavoro, o ai millennials abituati a prendere l’aereo anche solo per fare un fine settimana in una città europea” dice la ricercatrice, “questi stili di vita hanno un alto impatto sul bilancio di emissioni serra totali”. Ma tutti noi abbiamo un grande impatto: “Con i telefonini, oggi è più facile telefonare, ma siamo tutti dipendenti dall’energia”, osserva la ricercatrice.

Decarbonizzazione: un’occasione per lo sviluppo sostenibile e la riduzione delle ineguaglianze
Un altro tipo di barriere sono quelle che i ricercatori chiamano “barriere istituzionali” o “barriere direzionali”, che derivano dalla (scarsa) qualità delle politiche, energetiche ma non solo, messe in atto dagli Stati. “L’Italia dipende quasi interamente da importazioni dall’estero per l’energia” spiega la ricercatrice “invece abbiamo bisogno di politiche energetiche integrate e dobbiamo supportare le piccole medie imprese e mettere a disposizione delle risorse . “Il cambiamento climatico ci offre l’opportunità di sfruttare l’occasione della (necessaria) decarbonizzazione cercando di affrontare contestualmente alle questioni climatiche tutta una serie di altri aspetti, come il mercato del lavoro, la competitività, la distribuzione del reddito, l’educazione, il lavoro, la ricerca e lo sviluppo” dice la ricercatrice.

Durante la conferenza stampa in apertura della COP25 il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha detto che seguendo le indicazioni del Rapporto speciale IPCC Riscaldamento globale 1,5°C è possibile contenere il riscaldamento terrestre entro 1,5°C, ma ciò che ancora “manca è la volontà politica di mettere un prezzo sul carbonio; di fermare i sussidi ai combustibili fossili; di smettere di costruire centrali a carbone; di spostare la tassazione dal reddito al carbonio, cioè di tassare l’inquinamento anziché le persone”. Oltre agli scenari di decarbonizzazione, il rapporto IPCC 1,5°C dedica anche un intero capitolo allo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà e la riduzione delle ineguaglianze.
Abbandonare subito i combustibili fossili può essere una grande occasione per proteggere la biodiversità del pianeta e costruire un mondo più giusto. È l’ultima occasione. È fattibile ma è necessaria la volontà politica.

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Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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