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L'inquinamento luminoso mette a rischio i pesci pagliaccio

I colorati pesci pagliaccio resi celebri dal film Alla ricerca di Nemo devono affrontare un mucchio di problemi in natura, dalla caccia eccessiva per rifornire gli acquari domestici allo sbiancamento dei coralli dovuto al riscaldamento glbale. E ora devono fare i conti anche con un’altra minaccia mortale: l’inquinamento luminoso.

Un , svela come i pesci pagliaccio, che vivono nelle barriere coralline, non riescono a far nascere i loro piccoli quando sono esposti alla luce artificiale.

Gli effetti dell’inquinamento luminoso sulla fauna terrestre sono noti, “ma non teniamo conto dei potenziali impatti sugli ambienti sottomarini”, dice biologa marina della Flinders University in Australia e autrice principale della ricerca.

“Non mi aspettavo un risutato del genere, una totale mancanza di schiusa delle uova”, dice , ecologo della Bangor University del Galles. “E’ piuttiosto preoccupante… un risultato importante

che chi dice come l’inquinamento luminoso possa avere un impatto davvero notevole anche sulle specie marine”.

Fobert e i suoi colleghi hanno osservato 10 coppie di pesci pagliaccio in laboratorio, ognuna delle quali era ospitata in una vasca a parte. Metà delle vasche è stata esposta alla luce che avrebbe ricevuto se i pesci avessero vissuto su una barriera corallina naturale, ovvero 12 ore di luce e 12 di buio. L’altra metà è stata esposta invece ad un debole livello di luce artificiale che riproduceva l’inquinamento luminoso medio prodotto da una città costiera. 

I ricercatori hanno contato quante volte i pesci hanno deposto le uova, quante uova sono state fecondate e quante si sono schiuse nei 60 giorni successivi.

I risultati sono stati sconcertanti: “Nessun pesce ha visto le sue uova schiudersi quando c’era la luce”, dice Fobert. Le uova venivano deposte e fecondate normalmente, ma non si schiudevano. 

Appena i ricercatori hanno rimosso le luci notturne la schiusa delle uova è ripresa ai ritmi normali.

Prima della schiusa le uova sono solite cambiare colore, assumendo una tonalità argentata. Tutte le uova deposte nel corso dell’esperimento si sono fatte più lucide e quelle sottoposte al normale ciclo luce-buio si sono schiuse, ma dopo giorni di osservazione quelle esposte ad una certa luminosità notturna non si sono schiuse, il color argento è scomparso e sono tornate ad essere opache.

Investire tutto quel tempo e quelle energie per non avere neppure un uovo che si schiude per loro è la peggiore delle tragedie, dice Karen Burke da Silva, coautrice dello studio e anche lei della Flinders University, nonché esperta di pesci pagliaccio e direttore dell’organizzazione .

Ad occuparsi delle uova sono i maschi, di taglia più piccola, con un enorme dispendio energetico, dice Fobert, e la mancata schiusa potrebbe avere quindi conseguenze ancora da calcolare.

Stephen Swearer, biologo marino presso la University of Melbourne in Australia e coautore della ricerca, aggiunge che livelli di luce maggiore, come quella emessa da un molo, duemila volte più forte rispetto a quella della Luna piena, potrebbero provocare impatti anche peggiori. 

Il passaggio alle più efficienti lampade a LED , con un incremento annuo dell’inquinamento luminoso di circa il 2%, perché emettono luce ad una lughezza d’onda più corta di tonalità azzurra.  

Negli esseri umani la luce blu attiva una serie di effetti sulla salute, compresi diversi disturbi del sonno attraverso l’interruzione del normale ciclo di produzione della melatonina.

Ed è proprio la luce azzura quella con la maggiore capacità di penetrazione nell’acqua e quindi in grado di danneggiare in maniera più grave i sistemi naturali, aggiunge Fobert.

Gli animali hanno evoluto dei loro orologi interni (quando riprodursi, quando nutrire la prole, quando dormire) basata sul ciclo notte-giorno. Essere esposti alla luce in una fase che dovrebbe prevedere invece buio confonde questi ritmi biologici. 

Per i pesci pagliaccio la fase di buio indica la possibilità che le uova si schiudano con minori rischi di essere predate.

, ecologo marino della University of New South Wales in Australia, che non ha preso parte alla ricerca, ritiene che per molti animali l’evoluzione è stata strettamente collegata con i segnali luminosi e pertanto che i risultati emersi da questa ricerca potrebbero applicarsi anche ad altri organismi marini oltre che ai pesci pagliaccio.

Davies avverte però che “sarebbe affrettato applicare questi risultati a tutti i pesci”.

Nelle altre specie potremmo non assistere ad un effetto altrettanto drastico. Prendendo la questione nel suo insieme, e rivolgendo l’attenzione alle diverse popolazioni di specie e alle loro interazioni, il problema potrebbe comunque essere serio, aggiunge Bolton. “Se queste uova non si schiudono perché ricevono la luce sbagliata potrebbero esserci dei predatori che rimangono senza le loro prede e questo si ripercuoterebbe su tutta la catena alimentare”, osserva.

In natura i pesci pagliaccio usano come luogo di riproduzione le anemoni di mare, con una coppia per anemone. La maggior parte di questi animali vive in acque poco profonde e questo, a differenza dei pesci che vivono in profondità, li espone in maniera particolare alle differenze di luce.

Se un anemone riceve troppa luce trovarne uno diverso più buio potrebbe risultare difficile perché quelle adatte alla riproduzione spesso sono già occupate e i pesci pagliaccio sono animali territoriali che presidiano il loro territorio. Inoltre non sono dei grandi nuotatori e spostarsi più lontano in cerca di una migliore sistemazione potrebbe non essere una buona soluzione.

Gli scienziati hanno condotto il loro esperimento nel corso di mesi e pertanto potrebbe aver portato alla luce solo una parte del problema legato agli effetti dell’inquinamento luminoso. “Ci siamo limitati a grattare la superificie”, dice Fobert.

Secondo Swearer, i passi successivi consisteranno nell’osservare come l’inquinamento luminoso colpisce i pesci pagliaccio sul lungo termine. Dato che possono vivere fino a 30 anni sarà importante capire se sono in grado di adattarsi ai cambiamenti nella luce o se rischiano di non potersi riprodurre nel corso del loro intero ciclo di vita.

“I risultati sono deprimenti, ma c’è ancora speranza”, dice Bolton.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/


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