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Per Antiche Carte: l’Archivio Centrale dello Stato

Si chiude tra gli ampi spazi dell’EUR di Roma, quartiere nato per volontà di Mussolini negli anni Trenta, il nostro viaggio negli archivi italiani.
Siamo partiti dall’ e dai documenti che ci hanno fatto rivivere la Sicilia normanno-sveva, per arrivare a quello di , chiudendo idealmente un percorso, che ci ha portato al conseguimento dell’Unità Nazionale. Insieme agli archivi di , , ,

e , oltre Tevere abbiamo varcato la porta dell’, il cui patrimonio documentale, pur appartenendo ufficialmente ad un altro stato, è strettamente legato anche alle vicende del nostro Paese. Il racconto che mi sono proposto di rappresentarvi, il viaggio ideale attraverso lo straordinario patrimonio archivistico che conserviamo, è bene ricordarlo unico al mondo, non può che concludersi visitando l’, istituto che custodisce la più recente memoria storica e documentaria del nostro Paese.

Nei suoi 160 chilometri di scaffali, nella sua enorme mole di documenti, troviamo un punto di riferimento obbligato per ogni tipo di ricerca sull’Italia unitaria dal 1870 agli anni Ottanta del secolo scorso.

L’origine dell’Istituto risale al 1875 quando, con il Regio Decreto del 25 maggio, fu istituito l’Archivio del Regno con la finalità di conservare, oltre agli originali delle leggi e decreti, allo stato civile di Casa Savoia e al registro araldico, anche gli atti dei dicasteri centrali non più occorrenti “ai bisogni ordinari del servizio”.

Per molto tempo, l’Archivio del Regno rimase tuttavia un’istituzione senza una reale autonomia. La sede, la gestione dei documenti e la direzione amministrativa erano infatti condivise con l’Archivio di Stato di Roma. La piena autonomia fu sancita solo nel 1953 anno in cui veniva ufficializzata la nuova denominazione di Archivio Centrale dello Stato e operata la distinzione dall’Archivio di Stato di Roma. In concomitanza si trovò anche la soluzione all’annoso problema della sede, che alla fine fu individuata infine nell’edificio monumentale dell’EUR che nel 1942 avrebbe dovuto ospitare la mostra dell’autarchia, del corporativismo e della previdenza sociale, nell’ambito dell’Esposizione Universale di Roma.

L’Archivio Centrale dello Stato conserva oltre alla documentazione prodotta dagli organi centrali dello Stato dall’Unità ad oggi (Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministeri, organi giudiziari e consultivi), circa cinquanta archivi di enti pubblici, come ad esempio quello del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) o quello dell’IRI ( Istituto per la Ricostruzione Industriale).

A questi complessi documentali si aggiungono i circa duecentocinquanta archivi, di notevole interesse, relativi a personalità che hanno svolto funzioni di rilevanza nazionale nella pubblica amministrazione e nella vita politica, tra cui quelli di Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Pietro Nenni. Rilevanti sono anche gli archivi di personalità del regime fascista come Italo Balbo, Rodolfo Graziani; Giuseppe Volpi di Misurata; Pietro Parini; Cornelio Di Marzio; Clara Petacci. Negli ultimi anni, infine, l’Istituto si è arricchito, di un significativo patrimonio fotografico, sonoro e audiovisivo.

Due esempi su tutti ci danno la portata del valore storico e simbolico di ciò che l’Istituto custodisce:
La bozza manoscritta della dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito del 10 giugno 1940, con le correzioni di Mussolini in blu e rosso; una delle tre copie originali della Costituzione Repubblicana (in con le sottoscrizioni autografe di Umberto Terracini, presedente dell’Assemblea Costituente, dal primo Presidente della Repubblica Enrico de Nicola e del primo presidente del Consiglio dei Ministri Alcide de Gasperi.  Promulgata il 27 dicembre 1947 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298 del 27 dicembre 1947, la Costituzione italiana entrò in vigore il 1 gennaio 1948.  
Inutile dire, come questo documento sia indispensabile per tracciare un percorso simbolico tra la nascita della Repubblica e i nostri giorni.
In definitiva la documentazione conservata nell’Archivio Centrale dello Stato, istituto garante della conservazione della nostra memoria collettiva, svolge una funzione insostituibile nella ricostruzione del nostro recente passato.
Dalla Raccolta Ufficiale delle leggi e dei decreti dello Stato (1861-2012), ai verbali delle adunanze del primo Parlamento del Regno d’Italia, dalla fondazione del Partito Nazionale Fascista (PNF) alla proclamazione della Repubblica. Se pensiamo ai complessi documentali relativi ai primi cinquanta anni del ‘900 ritroviamo il travagliato percorso che ci ha condotto a quello che siamo oggi, ossia il racconto  del nostro Paese nei suoi momenti più tragici come in quelli che l’hanno visto protagonista di un processo di pace e di sviluppo.

Tra le migliaia di carte, quelle prodotte dagli organi e dalle istituzioni del regime fascista hanno un grandissimo significato storico.
Del Ventennio l’Archivio Centrale conserva le carte del PNF e quelle  della Segreteria Particolare del Duce (1922-1945), quelle prodotte dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (1925-1945) o quelle relative alla Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (1926-1943). Del drammatico periodo della Repubblica Sociale troviamo, tra gli altri, gli archivi della Guardia Nazionale Repubblicana (1944-1945) e quelli delle Brigate Nere, (1943-1945).

Sfogliando questi documenti possiamo ripercorrere eventi tragici, come l’omicidio Matteotti, di cui l’archivio conserva oltre al fascicolo personale del Casellario Politico Centrale altre carte dall’enorme valore. Ripercorriamo brevemente gli accadimenti.
 Il 10 giugno del 1924, alle ore 16,30, il deputato socialista Giacomo Matteotti venne rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia in prossimità della propria abitazione da uomini della banda Dumini, appartenenti alla “ceka fascista”. Il 16 agosto il cadavere del deputato venne rinvenuto nella macchia della Quartarella sulla via Flaminia, a 23 chilometri da Roma.

Pressato dalle critiche provenienti dall’estero e dal calo del consenso interno per Mussolini ed il fascismo iniziò la crisi più difficile, che si concluse solo con il famoso discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, di cui l’Archivio conserva copia  (Segreteria Particolare del Duce) con il quale il capo del governo si assunse la responsabilità “storica, politica, morale” del delitto Matteotti  aprendo così  le porte ad un regime totalitario abbattuto solo vent’anni dopo nel luglio 1943.

A proposito dell’archivio della segreteria di Mussolini è utile fare qualche considerazione. Fino al 1934 esistevano tre archivi distinti: riservato, ordinario, sussidi (questi ultimi poi conglobati nell’ordinario) e due schedari, uno per il riservato (per persone e per materia) e uno per l’ordinario (per persone, per materia e per raccomandanti). In seguito a un’ulteriore ristrutturazione negli anni 1940-1941 il carteggio riservato fu portato a palazzo Venezia.

Nel già ciato Archivio del Casellario Politico, troviamo i nomi di famosi antifascisti, da Sandro Pertini a Antonio Gramsci, da Pietro Nenni ad Alcide De Gasperi. Dell’ex Presidente della Repubblica, l’Archivio conserva anvhe alcune lettere private del 1928 dirette alla compagna Matilde Ferrara amorevolmente chiamata Mati e intercettate dalla polizia fascista, che aveva provveduto ad allegarle al già citato dossier, custodito al Ministero dell’Interno, intestato al ”pericoloso socialista sovversivo”.

Queste fonti, fornendo un quadro inedito, sono di grandissimo valore in quanto ci consegnano una dimensione più intima e privata di eminenti personalità della nostra storia recente.
Di Gramsci l’Archivio conserva una consistente mole di documenti pari a 2.280 unità così ripartite: Carte personali (1905-1937); Epistolario (1912-1937); Quaderni del carcere (1929-1935); Documenti su Antonio Gramsci (1928-1937).

Sala di lettura all’interno dell’Archivio di Stato. Fotografia per gentile concessione Mibac

Per rimanere in un ambito meno pubblico, meritano un approfondimento, le lettere che Benito Mussolini scrisse a Clara Petacci durante i seicento giorni della repubblica di Salò.
Scritte tra il 10 ottobre 1943 e il 18 aprile 1945, la maggior parte delle lettere, anche se prevalentemente di carattere personale, contiene riferimenti alle drammatiche vicende politiche di quel periodo, alle operazioni militari in corso, alle riunioni del Consiglio dei ministri, ai rapporti con le personalità tedesche, alle persone del suo entourage, alle questioni familiari ed inoltre commenti alla stampa nazionale ed estera.

Nelle lettere emerge sempre più vivo il senso d’impotenza di fronte al susseguirsi degli eventi bellici, la disillusione verso il comportamento degli italiani, la consapevolezza della scarsità dei mezzi militari, lo sconforto profondo nell’assistere alle distruzioni di quanto aveva costruito, la premonizione di un tragico ed ineluttabile epilogo. Non mancano riflessioni sul passato, su periodi più sereni e spensierati, dalle giornate di neve sul Terminillo, alle corse al mare, ai pomeriggi nella sala dello Zodiaco, leggendo riviste e ascoltando musica. Questo materiale getta nuova luce su uno dei periodi più tragici e complessi della storia italiana.

Di recente acquisizione (2016) e di grande interesse, l’Archivio di Italo Balbo, è un altro tassello di fondamentale importanza per comprendere a fondo le vicende storiche del nostro Paese dalla Prima Guerra mondiale alla nascita del Fascismo, dalla nascita del Ministero dell’Aeronautica alle trasvolate atlantiche fino al Governatorato italiano in Libia. Parliamo di trent’anni della nostra storia, dal 1911 al 1940, anno in cui Italo Balbo morì tragicamente a Tobruk abbattuto per sbaglio dalla contraerea italiana.
Una ricchissima  documentazione che comprende corrispondenza, relazioni e appunti, giornali, riviste, foto e pellicole che testimoniano i molteplici interessi e relazioni di una personalità poliedrica.

Tra le carte, una lettera di Bottai, relativa a quando Balbo lasciò il Ministero dell’Aeronautica, ancora, una lettera del 10 ottobre 1935 di Antoine de Saint Exupery, autore de Il Piccolo Principe e noto trasvolatore, in cui chiedeva di incontrare Balbo a Tripoli, una di Giovanni Gentile, del 29 luglio 1937, con nota a margine, su carta intestata dell’Enciclopedia Italiana, fondata dallo stesso Gentile nel 1925 e infine una lettera del famoso attore Ettore Petrolini del 18 febbraio 1934.

Meritano attenzione due telegrammi del Duce al quadrumviro ferrarese relativi alla trionfale “Crociera Aerea del Decennale” negli Stati Uniti e in Canada. Nel primo, a metà luglio, si congratula per l’arrivo da Reykjavík a Cartwright, in Canada “Tutto il popolo italiano ha vibrato di spontaneo entusiasmo stop”, Mussolini con una nota di ironia aggiunge: “Vedo che ti attieni rigorosamente fascisticamente alla mia consegna: massima disciplina in aria, minima dispersione di energie in terra. A noi!”. Nel secondo traspare un certo fastidio dall’eccesso di accoglienze tributate al “Neo-Colombo”.

Continuando a curiosare” tra l’enorme mole di carte conservate dall’Istituto, destano una grande curiosità quelle dedicate alla Settima Arte: il cinema.
I documenti prodotti dal Ministero del Turismo e dello Spettacolo, istituito nel 1959, riguardano la produzione dei lungometraggi italiani, di film coprodotti e di film stranieri ma girati parzialmente in Italia. Il valore di questo materiale è indiscutibile: tra i documenti presenti nei fascicoli le informazioni sul cast artistico e tecnico e i contratti relativi, il soggetto e talora la sceneggiatura del film, il piano finanziario, il piano di lavorazione, la denuncia d’inizio e fine delle riprese e il relativo calendario, materiale a stampa e raramente materiali differenti come bozzetti di costumi e foto di scena. Solo occasionalmente si trovano i copioni che sono invece conservati in una serie a parte.

Rossellini, Fellini, Comencini, Germi, Antonioni, queste carte ci permettono di ricostruire la genesi di grandi capolavori del nostro cinema e rappresentano una testimonianza di non poca rilevanza per l’elaborazione di uno specchio culturale dell’Italia post-bellica.

Come più volte detto l’Archivio Centrale dello Stato svolge un ruolo fondamentale  nella lettura della nostra storia più recente. A questo scopo e per consentire la ricostruzione dei gravissimi eventi che negli anni 1969-1984 hanno tragicamente segnato la storia dell’Italia, l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel dicembre 2014 ha disposto che, con procedura straordinaria, tutte le amministrazioni dello Stato versassero all’Archivio centrale dello Stato la documentazione di cui erano in possesso relativa specificamente agli eventi di Piazza Fontana a Milano (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972), della Questura di Milano (1973), di Piazza della Loggia a Brescia (1974), dell’Italicus (1974), di Ustica (1980), della stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984) e per concludere, gli atti relativi al sequestro e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro.

Guardare queste carte oggi, conoscere quei tragici eventi significa appropriarsi di un frammento di verità. Preservane la memoria non solo può contribuire alla comprensione di un periodo così buio ma può aiutare a comprendere gli elementi  e individuare i fattori che ne determinarono la nascita.

La sede dell’Archivio Centrale dello Stato è ospitata dal 1960 in un edificio monumentale progettato originariamente dagli architetti De Renzi, Figini, quando Giuseppe Bottai, governatore di Roma, propose a Benito Mussolini di candidare Roma e l’Italia all’Esposizione Universale del 1942.  Per realizzare l’Esposizione venne istituito un Ente Autonomo, che aveva il compito di monitorare la nuova città e che esiste ancora oggi (EUR S.p.a.).

L’idea era di dare “forma” ad una nuova Roma, degna capitale d’Italia e della suo glorioso passato, lontana dall’aspetto pittoresco del centro storico, che potesse rivaleggiare con le maggiori capitali europee. L’idea fu affidata, tra gli altri, all’architetto Marcello Piacentini, tra i massimi interpreti del neoclassicismo monumentale e celebrativo di quegli anni nei quali, l’architettura rivestiva un ruolo centrale nell’organizzazione del consenso politico e della costruzione identitaria di uno stato ancora giovane.  

Tra il 1942-43, con il sopraggiungere della guerra, i cantieri si arrestarono per poi e riprendere nel 1951, quando si pensò di cancellare ogni traccia del regime su questa area, portando a termine le opere interrotte e quelle danneggiate, realizzando nuovi edifici e completando le aree verdi. Da quel momento l’area si chiamerà EUR – Esposizione Universale di Roma e, cadute le ideologie fasciste, si proietterà verso un modello di città amministrativa e direzionale.

L’edificio, di cui prima della guerra erano state eseguite solo le fondamenta e le strutture portanti, fu portato a termine negli anni Cinquanta, su iniziativa di Virgilio Testa, commissario straordinario dell’Ente EUR, apportando le modifiche necessarie per adattare il palazzo alle esigenze dell’Istituto.

Il progetto originale ripreso, prevedeva la costruzione di tre corpi di fabbrica disposti attorno ad un piazzale rettangolare, che nelle intenzioni dei suoi ideatori, doveva  rimandare a una agorà greca. Il corpo centrale, preceduto da una gradinata monumentale, è circondato da un porticato a pilastri al piano terra e da un loggiato a colonne su due piani.
Nei primi anni del ’90, in occasione del 40° anniversario dell’istituzione dell’Archivio Centrale, sono stati riconfigurati gli spazi interni destinati al pubblico (ingresso, sala di studio, biblioteca, sala convegni) ad opera dell’architetto Giulio Savio.
 
 

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