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Per Antiche Carte: l’Archivio Segreto Vaticano

Da Torino, settima tappa del nostro viaggio negli archivi italiani, torniamo a Roma; nello specifico varchiamo la soglia della Porta Sant’Anna che delimita uno degli accessi allo Stato della Santa Sede, qui, nel Cortile del Belvedere ha sede una delle istituzioni culturali più prestigiose al mondo: l’Archivio Segreto Vaticano.

Prima di procedere alla scoperta è bene sgombrare immediatamente il campo da lusinghe che ci portino ad atmosfere avvolte dal mistero o stravaganti trame da romanzo. Non esistono scenari inquietanti, faldoni nascosti, segreti inconfessabili e inaccessibili, preziosi incunaboli che non hanno mai visto la luce: il titolo “secretum”, che qualifica l’Archivio Segreto Vaticano, significa semplicemente privato, ossia l’archivio privato, separato, riservato dei papi.

Questa concezione, del resto, era diffusa, con analogo significato, presso le corti dei sovrani e dei principi tra XVII e XIX secolo, i cui archivi si definirono propriamente “secreti”, basti pensare al “Tesoro di Carte” della dinastia Sabauda di cui abbiamo parlato nella nostra tappa all’Archivio di Torino.

Quella che potrebbe sembrare una sottigliezza semantica ha invece

avuto un suo peso specifico nella recentissima storia dell’Istituto. Con Motu Proprio dello scorso 28 ottobre il pontefice ha stabilito il cambiamento della denominazione da Archivio Segreto Vaticano ad Archivio Apostolico Vaticano, questo perché il termine “secretum” accostato all’Archivio Vaticano ha generato troppo spesso negli ultimi anni fraintendimenti e “sfumature ambigue, persino negative”.

La data di nascita dell’Archivio Segreto Vaticano si fa generalmente coincidere con quella della nomina del primo «custode e pubblico ufficiale del nuovo Archivio», Baldassarre Ansidei, al quale Papa Paolo V (Camillo Borghese) diede l’incarico il 31 gennaio 1612. I lavori di ampliamento e ristrutturazione durarono però altri anni cosicché, solo alla fine del 1614 il Novum Vaticanum poteva considerarsi definitivamente operativo.

Nella secolare storia dell’Archivio vale la pena ricordare altre due date, la prima è quella del 23 luglio 1630, quando Urbano VIII sancì l’autonomia dell’Archivio Segreto Vaticano dalla Biblioteca Apostolica. La seconda, ben più nefasta è quella del 1810, quando Napoleone ne ordinò la confisca e il trasferimento a Parigi. Stessa sorte era toccata ad altri archivi e biblioteche, come l’Archivio di Vienna o la Biblioteca Ambrosiana.

A partire dal febbraio 1811 circa 3.239 casse o ceste di documenti, provenienti dall’Archivio Segreto Vaticano e da altri archivi della Curia Romana, lasciano Roma alla volta di Parigi, il trasferimento, avvenuto a  bordo di enormi carri era stato organizzato e diretto da Pierre-Claude-François Daunou, nominato archivista dell’Impero da Napoleone.

Ancor più traumatico fu il rientro dell’Archivio a Roma dopo la caduta di Napoleone. I primi carri cominciarono ad arrivare a Roma nel dicembre del 1815. Le ingenti spese del trasporto portarono i commissari papali a distruggere centinaia di documenti considerati “inutili” e a venderne altre migliaia come semplice carta da macero Il patrimonio archivistico subì quindi pesanti perdite; si verificarono errori nella consegna di alcune carte e documenti, che finirono in archivi diversi da quelli originari.

Sala della Meridiana, nella Torre dei Venti, oggi destinata a funzioni di rappresentanza per l’Archivio Segreto Vaticano. Per gentile concessione

Tra le meravigliose sale affrescate dei Sacri Palazzi e bunker sotterranei si conserva un patrimonio dall’inestimabile valore storico. Milioni di dati, di documenti (tra questi circa 30.000 pergamene), di nomi e di fatti. Storie di papi e d’armi, di sottili relazioni diplomatiche, di scoperte geografiche e scientifiche che hanno cambiato profondamente il corso della nostra storia. Dal Medioevo al Rinascimento, dall’Illuminismo ai nostri giorni la Chiesa Cattolica ha sempre avuto un ruolo di primo piano come protagonista o testimone, di tutti i cambiamenti epocali che hanno coinvolto i cinque continenti.

Nei suoi 85 km di scaffali sono disposti circa 650 fondi archivistici, che coprono un periodo di dodici secoli. A questo si aggiunga che non c’è nazione al mondo (o quasi) che non abbia avuto relazioni con la Santa Sede, soprattutto attraverso i nunzi e i delegati apostolici, gli ambasciatori del papa, il cui numero, attualmente, è inferiore soltanto a quello dei rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti d’America; troviamo così oltre 90 archivi delle Rappresentanze Pontificie nel mondo, dalle più antiche, risalenti all’inizio del XVI, fino alle più recenti, istituite nel XX secolo, tanto più importanti se si considera che alcuni di questi preziosissimi documenti sono veri pezzi unici.

È il caso della lettera scritta nel 1651 in caratteri cinesi su un drappo di seta lungo quasi un metro e inviata al papa Innocenzo X dall’imperatrice cinese Wang, convertitasi al Cristianesimo e battezzata con il nome di Elena (A.A. Arm. I-XVIII, 1790). C’è poi il messaggio indirizzato dal capo degli Ojibwe di Grassy Lake in Canada al papa Leone XIII nel 1881, tracciato a sgraffio su corteccia di betulla, che attualmente costituisce l’unica testimonianza scritta della lingua di quella tribù indiana (Segr. Stato, spoglio Leone XIII, Miscellanea, Stati Esteri, b VIII, fasc. B). La seconda attestazione più antica della lingua mongola è invece costituita dal sigillo impresso alla fine del messaggio inviato da Güyük Khan, sovrano dei Mongoli, al papa Innocenzo IV nel 1246: un documento scritto in lingua persiana con un preambolo in turco su due strisce di carta vegetale, unite fra loro per una lunghezza totale di oltre un metro.

Dal grande valore è anche la lettera dei membri del Parlamento inglese a Clemente VII. Nel 1530 Enrico VIII, ossessionato da quello che lui stesso definiva il suo “affare segreto” desiderava l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona  per sposare la giovane Anna Bolena, da cui sperava di ottenere il sospirato erede al trono. Il 16 giugno dello stesso anno fu sottoposto ai membri della Camera dei Lord, un documento (A.A. Arm I-XVIII 4098 A) con cui si chiedeva al papa di accettare e avallare le richieste del sovrano, non contento Enrico fece raggiungere nello loro rispettive case coloro che erano assenti per ottenere la loro firma. Fu così ad esempio che il cardinale Thomas Wolsey si vide presentare alla sua dimora di Esher nel cuore della notte gli emissari del Re che lo “esortarono” ad appore la sua firma in calce alla richiesta.

La lettera-pergamena dei lord a Clemente VII per l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII. Fotografia per gentile concessione Archivum Secretum Vaticanum, a.a., Arm. I-XVIII 4098A 

Ci volle circa un mese per raccogliere tutte le sottoscrizioni e relativi sigilli (vi aderì il 70% dei membri della Camera dei Lords), fu solo allora che il documento fu datato (15 luglio 1530) e spedito a Roma. L’esito della storia è noto, il papa rigettò fermamente la richiesta provocando l’ira di Enrico VIII, che di lì a poco avrebbe decretato il distacco dalla Chiesa di Roma e la nascita della Chiesa Anglicana.

Più recenti, ma non per questo meno interessanti due lettere ci portano alla Guerra Civile Americana: la prima è una lettera a Pio IX del settembre 1863 del presidente degli Stati Confederati Jefferson Davis, la seconda del novembre dello stesso anno è il documento con cui Abraham Lincoln, presidente degli Stati Uniti, accredita i suo ambasciatore.

Accanto a questi preziosi esemplari troviamo i complessi documentali relativi ai più antichi uffici della Curia Romana, come la Cancelleria e la Camera Apostolica, o quelli di alcune congregazioni cardinalizie istituite da Sisto V (1585-1590), i carteggi della Segreteria di Stato con i nunzi e i legati pontifici. gli archivi completi degli ultimi due concili ecumenici, il Concilio Vaticano I e il Concilio Vaticano II, e una parte consistente dell’archivio prodotto dal Concilio di Trento; e ancora, archivi di abbazie, monasteri e conventi, di ordini religiosi e di arciconfraternite. Chiudono questa breve rassegna gli archivi di famiglie (Boncompagni-Ludovisi e Borghese solo per citarne alcuni) e di persone, donati o ceduti alla Sede Apostolica per diverse ragioni dai loro legittimi proprietari.

È pretestuoso, se non impossibile, cercare di stilare una classifica dei documenti più importanti e rappresentativi conservati nell’Archivio Segreto, poiché ogni singolo pezzo, dalle umili minute fino ai solenni privilegi e diplomi, ha un proprio valore storico come fonte d’informazioni per la ricostruzione di eventi che coinvolsero singoli individui o intere nazioni.

Per ovviare a questo problema si è deciso di privilegiare in questa sede i documenti legati in qualche modo alla storia universale, o meglio dare attenzione a quei documenti che hanno avuto una grande rilevanza in senso assoluto e quindi anche per il nostro Paese.

La storia del papato romano e della Chiesa Cattolica nel corso dei secoli è definita fino al 1870 dalla ricerca di un equilibrio tra il Potere spirituale e il Potere temporale. Per molto tempo i sovrani pontefici furono alla guida di un’entità statuale non indifferente, la cui origine va ricercata nella famosa  “Donazione di Costantino” , riconosciuta ormai da secoli come un falso storico, grazie al celebre umanista Lorenzo Valla.

Quando si parla della Donazione si fa riferimento a una presunta cessione, da parte dell’imperatore romano a papa Silvestro I (eletto il 31 dicembre 314) e ai suoi successori, di Roma, dell’Italia e delle province occidentali. Del documento redatto sia in greco che in latino e riconducibile alla seconda metà dell’VIII secolo, l’Archivio possiede una copia del XV secolo, un volume in pergamena (A.A. Arm. I-XVIII 2).

Non è semplice stabilire quando si cominciò a usare ufficialmente tale documento, anche se sembra che Leone IX nel 1053 sia stato il primo; sicuramente esso ebbe una notevole influenza nel Medioevo. Del resto basterà aggiungere che Dante nel XIX canto dell’Inferno manifesta il disagio provocato dall’insano atto, anche se da uomo del suo tempo lo crede autentico: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da te prese il primo ricco patre!”.
Sta di fatto che molti dei grandi mutamenti occorsi nell’Età di mezzo e molti atti politici dei pontefici trovano un fondamento in questa presunta Donazione. Si pensi al Dictatus Papae di Gregorio VII del 1075 (Reg. Vat. 2, ff. 80 v-81 r) o alla deposizione dell’Imperatore Federico II di Svevia (17 luglio 1245), combinata durante i lavori del Concilio di Lione convocato all’uopo da papa Innocenzo IV  ( A.A. Arm. I-XVIII 171). Il documento in questione, una pergamena di cm 59×62, è di straordinaria importanza; in esso si pronuncia l’irrevocabile deposizione di Federico, dichiarato indegno dell’Impero e del Regno.

La supremazia dell’autorità papale nei confronti di qualsiasi altro potere temporale trova la sua massima espressione nel novembre 1302 con la Bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII (Reg. Vat. 50 f. 387v.), ultimo atto della teocrazia papale riassumibile con le stesse parole del documento “Declaratio quod subesse Romano Pontifici est omni humane creature de necessitate salutis” (sottostare al Romano Pontefice è necessario per la salvezza di ogni umana creatura).

Bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII

La pretesa del papato era ormai fuori tempo, un’utopia che già si era consumata lentamente nei secoli precedenti, con la nascita di stati nazionali che ben poco avevano a che fare con il potere universale di Chiesa e Impero. Il XIV secolo può essere considerato uno dei secoli più bui e tormentati per la Chiesa di Roma; alla cosiddetta “cattività avignonese”, ovvero il trasferimento della sede papale ad Avignone (1309-1377), seguì immediatamente la lacerante ferita dello Scisma d’Occidente.

Nel 1377 papa Gregorio XI aveva riportato la sede papale a Roma. L’anno successivo morì e i cardinali romani elessero papa il napoletano Bartolomeo Prignano, salito al trono di san Pietro con il nome di Urbano VI. La sua elezione si svolse sin da subito in un clima di intimidazioni e minacce, la sacralità del Conclave fu addirittura violata e interrotta più volte. Scontroso e violento, il neo eletto pontefice fu accusato di instabilità mentale. Questa situazione portò i cardinali a lasciare la Curia per dirigersi ad Anagni, dove il 9 agosto 1378 Urbano fu deposto, accusato di apostasia e scomunicato, al suo posto venne eletto Roberto da Ginevra che prese il nome di Clemente VII, stabilendo di nuovo la sede ad Avignone. Da allora si ebbero due “obbedienze” e due serie continuative di pontefici, uno residente a Roma (Urbano VI, Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII), l’altro ad Avignone (Clemente VII, Benedetto XIII).
Della deposizione, che in qualche modo sancisce l’inizio dello Scisma d’Occidente, l’Archivio conserva il documento ufficiale ( A.A Arm. D 31), una pergamena di cm 36,5 x 56,5.

Dopo il fallimento del Concilio indetto a Pisa (1409), dove i pontefici diventarono addirittura tre, si arrivò a trovare una soluzione con il Concilio di Costanza, in cui che, dopo aver ottenuto le dimissioni del papa romano Gregorio XII, depose Giovanni XXIII e il papa avignonese Benedetto XIII, ed elesse l’unico pontefice nella figura del nobile romano Oddone Colonna, salito al soglio pontificio con il nome di Martino V nel novembre 1417. Con questo Papa assistiamo al recupero dell’autorità primaziale del romano pontefice, al radicamento definitivo in Italia del papato e all’edificazione di un apparato centrale di governo della Chiesa.

Dalla Metà del XV secolo alla metà del XVI il papato attraversa un periodo di consolidamento, vissuto all’insegna del trionfalismo e di fasti rinascimentali, celebrati da artisti e da letterati. I controversi mezzi di cui fece uso la Chiesa romana nell’ampliamento del suo dominio temporale, come ad esempio il “grande nepotismo” o la propensione alla guerra, trovano in papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) uno dei suoi massimi interpreti. 

Tra i numerosi documenti conservati tra le mura dell’Archivio, relativi a  questo pontificato, ricordiamo tra gli altri la  copia della Bolla Inter Caetera del 1493, meglio nota come la spartizione del mondo (Reg. Vat. 777 ff. 192r-193v). Con questo documento si tracciava un’immaginaria linea di demarcazione, distante cento “leghe” dalle isole Azzorre, che si estendeva dal Polo Artico a quello Antartico, concedendo alla Corona spagnola tutte le isole e le terre  a ponente dell’ideale meridiano.
L’anno successivo, per evitare conflitti tra le due monarchie della penisola Iberica, in merito alla spartizione delle nuove terre scoperte, Spagna e Portogallo firmarono il Trattato di Tordesisllas con il quale vennero sancite e regolate le rispettive sfere di espansione, l’oceano Atlantico fu «diviso» da un meridiano (la raya), distante 370 leghe dalle isole di Capo Verde. Alla Spagna sarebbero toccate tutte le terre a occidente del meridiano, al Portogallo quelle a oriente.

Sebastiano Cantino, Carta detta “Cantino”, con il Trattato di Tordesillas, 1502, Biblioteca Estense Universitaria, Modena

Rodrigo era un uomo intelligente, un oratore eloquente, un mecenate, e sapeva raggiungere i suoi obiettivi, non esitando ad adottare una politica spregiudicata, tanto da utilizzare ogni mezzo. In quei tempi turbolenti, potenze rivali si contendevano i territori italiani e il papa non era spettatore passivo. Le sue manovre e alleanze politiche, fatte e disfatte, erano finalizzate ad accrescere il più possibile il suo potere, a favorire la carriera dei figli e ad esaltare la famiglia Borgia, tra i membri della quale ebbe un affetto ed un attenzione particolari per la figlia Lucrezia.

Tra realtà e leggenda, la figura di è una delle più affascinanti che il Rinascimento ci abbia lasciato. Unica figlia femmina di Rodrigo Borgia e dell’amante Vannozza Cattanei, la bella bambina bionda dagli occhi azzurro-chiaro occupò immediatamente un posto speciale nel cuore del padre che comunque non esitò ad impiegarla come strumento politico e diplomatico. A questo proposito l’Archivio conserva un documento dal grande interesse (A.A. Arm. I-XVIII, 5027 f.1r).

Nel giugno 1494 la giovane Lucrezia scrive al padre da Pesaro manifestandogli forte preoccupazione per le neonata alleanza in chiave anti papale tra il Re di Francia Carlo VIII e la famiglia Sforza, presagendo quel che di lì a poco sarebbe accaduto. Il 1494 fu infatti un anno funesto per l’Italia: con la discesa del re di Francia, Carlo VIII, la penisola divenne per molti anni il teatro di battaglia e la preda ambita delle potenze europee.

L’ascesa dei papi a fastosi sovrani del più forte e rispettato Stato italico, dopo aver toccato il culmine entro i primi due decenni del Cinquecento, conobbe la più dolorosa delle interruzioni con il Sacco di Roma del 1527.
E’ facile perdersi nel dedalo di scaffalature ricolme di documenti e storia, facile perdersi in un racconto dal fascino indiscutibile anche e soprattutto nei suoi momenti più controversi.  La questione dei rapporti tra scienza e fede cristiana è da sempre al centro di un accesissimo dibattito. Una delle chiavi di lettura per comprendere come la convivenza tra fede e ragione si sia faticosamente snodata tra tensione e dialogo attraverso i secoli, la troviamo negli atti di uno dei più celebri e discussi processi della storia, quello a Galileo Galilei, del quali l’Archivio custodisce le carte originali.

intento a mostrare al senato della Serenissima la sua prodigiosa invenzione: il cannocchiale. Lo ritroviamo a distanza di qualche anno a Roma, chiamato a spiegare le sue posizioni davanti ai giudici del Sant’Officio. Convocato da Urbano VIII, lo scienziato, ormai prossimo ai settanta anni giunge in città nel febbraio dov’è ospitato a Villa Medici residenza dall’ambasciatore fiorentino Francesco Niccolini. Leggere il volume cartaceo contenente gli atti del processo ci aiuta a ripercorrere le tappe travagliate che portarono al giudizio. Galileo dopo aver sostenuto 4 interrogatori  (12 e 30 aprile, 10 e 21 giugno) viene giudicato colpevole e condannato all’abiura, che il 22 giugno, davanti alla corte, Galileo pronuncia solennemente e firma.

Abbiamo cominciato questo viaggio con la presunta Donazione di Costantino, che in qualche modo sanciva la nascita dello Stato Pontificio lo chiudiamo idealmente con due documenti.

Il primo del 20 settembre 1870 riguarda la resa dell’esercito papale dopo la breccia di Porta Pia ad opera dei bersaglieri. Roma diventava Capitale del neonato Regno d’Italia. Era la fine del plurisecolare Stato Pontificio e l’inizio di quell’esilio volontario del papa in Vaticano che sarebbe durato circa sessanta anni e che in qualche modo ci porta al secondo documento. I Patti Lateranensi ( segr. Stato an 1929, rubr. 25, prot. N. 80577b). Dopo oltre mezzo secolo di tentativi totalmente infruttuosi, a partire dal 1926, si paventò la soluzione di un accordo bilaterale, del resto Mussolini aveva tutto l’interesse di legittimarsi davanti ai cattolici italiani. L’11 febbraio 1929 nel Palazzo del Laterano il capo del Governo italiano Benito Mussolini ed il cardinale Segretario di Stato  Pietro Gasparri per la Santa Sede sottoscrissero quelli che presero il nome di Patti Lateranensi. Gli accordi in questione sanciscono in qualche modo la nascita della Città del Vaticano, il territorio cioè su cui la Santa Sede esercita una giurisdizione sovrana.

Oltre a documenti cartacei e pergamenacei l’Archivio Segreto conserva una raccolta di sigilli davvero straordinaria.
Centinaia di migliaia di impronte in cera, ceralacca, carta e cera sotto carta, piombo e oro. Particolarmente ricca è proprio quest’ultima tipologia di sigilli, pregiata non solo per il metallo di cui è costituita, ma anche per la sua consistenza numerica: 64 pezzi in lamina d’oro e 4 in oro massiccio, ai quali si aggiungono 13 teche in oro, in oro argentato e in argento, preziose di custodie di altrettanti sigilli in cera. Tra questi spicca senza dubbio l’unico esemplare papale realizzato in questo metallo prezioso (di solito si usava il piombo): il sigillo pendente dalla lettera solenne emessa da Clemente VII in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Carlo V a Bologna (A.A. Arm. I-XVIII 4098A).

Come già detto all’inizio l’Archivio Segreto Vaticano  è ospitato all’interno dei Palazzo Apostolico, con accesso dal Cortile del Belvedere, l’istituto si estende lungo l’ala Sud-ovest del predetto Cortile e lungo il Braccio di Pio IV, che si affaccia a ovest sui Giardini Vaticani e a est sul Cortile della Biblioteca Vaticana. Il primo nucleo di documenti dell’Archivio voluto da Paolo V trovò una sistemazione in quello che comunemente viene chiamato il Piano Nobile.
Il Piano Nobile è costituito da tre locali contigui, le sale furono allestite fra il 1610 e il 1614 con una serie armadi in pioppo e noce, corredate dei simboli araldici dei Borghese (il drago alato e l’aquila coronata).

Al contempo, il pontefice affidò a pittori del calibro di Giovanni Battista Calandra, Marzio Ganassini, Antonio Viviani e Annibale Durante la realizzazione di un ricco ciclo di affreschi parietali raffiguranti i sovrani dei principali regni europei nell’atto di donare i propri domini a diversi pontefici. Sulle volte campeggiano invece – opera degli stessi artisti o dei loro collaboratori – le raffigurazioni mitico-allegoriche che conferiscono il nome a ciascuna sala: Trionfo di Paolo V, Angeli musicanti, Mercurio e Pegaso.

Merita particolare attenzione anche la Torre dei Venti, costruita fra il 1578 e il 1580 da Ottaviano Mascherino. La torre nata in origine come un osservatorio astronomico, la cui altezza raggiunge i 73 m (è il punto più alto del Vaticano dopo la cupola di S. Pietro) fu utilizzata negli studi per la riforma del Calendario promossa da Gregorio XIII che entrò in vigore Il 24 febbraio 1582, con la Bolla Inter Gravissimas ( A.A. Arm. I-XVIII 5506, f. 362r).

Torre dei Venti, esterno

Il corpo architettonico è formato da due piani e da un ammezzato intermedio; i locali di ciascun piano sono abbelliti con una di affreschi, eseguiti fra il 1580 e il 1582 dai fratelli Paul e Matthijs Bril, pittori fiamminghi, che si ispirarono a episodi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, dalla simbologia ecclesiastica e cristiana e da paesaggi reali o fantastici. La sala alla sommità, splendidamente affrescata da Nicola Circignani detto il Pomarancio, presenta due finestre orientate ad Est e nel muro meridionale è praticato un foro conico, alloggiato in una nicchia esterna profonda circa 40 cm e chiusa da un vetro che impedisce alla pioggia e al vento di entrare. La sala è probabilmente le stessa dove ebbero luogo alcune discussioni della Commissione per il calendario, dato che essa è conosciuta anche col nome di sala del Calendario.

Ultima considerazione prima di concludere questo “viaggio” nella storia. Dal prossimo marzo 2 marzo 2020 in Archivio Segreto saranno consultabili tutti i documenti inediti del pontificato di Pio XII (1939-1958). Questo aiuterà tutti gli storici a gettare una luce su uno dei periodi più drammatici della storia dell’umanità, facendo chiarezza sul ruolo avuto dalla Chiesa e dal Romano Pontefice, troppo superficialmente giudicata, nel corso di quei tragici anni.
 
 


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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