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Siso, il capodoglio spiaggiato che torna a vivere in un museo

Il capodoglio Siso come si presentava al momento della sua scoperta da parte del biologo Carmine Isgrò lungo la costa di Milazzo.

È il giugno 2017 quando un capodoglio maschio di nove metri rimane impigliato con la pinna caudale a una rete illegale al largo delle isole Eolie, davanti Capo Milazzo, in Sicilia. Dopo i vani tentativi della Guardia Costiera di liberarlo dalla sua trappola mortale, il cetaceo muore e viene trascinato sotto costa dalle correnti. È qui che l’allora trentenne Carmelo Isgrò, biologo di Milazzo, trova la carcassa dell’animale.

Alla sua vista Carmelo è profondamente scosso, sia per la bellezza e l’imponenza del cetaceo sia per il suo tragico destino. “Non potevo rimanere a guardare, dovevo fare qualcosa” racconta il biologo che, senza troppe esitazioni, decide di recuperare i resti dell’animale per dare un senso alla sua morte: indossa muta, maschera da sub e guanti e con tanta determinazione, coraggio e armato di coltelli da macellaio si immerge nelle acque poco invitanti in cui si trova il capodoglio ormai in via di decomposizione.

In poco più di 15 giorni Carmelo scarnifica completamente le dieci tonnellate di carne del cetaceo e riesce a portare a terra tutte le ossa dell’animale. Durante questa operazione rimane incredulo e inorridito per via dell’enorme quantità di plastica estratta dalla pancia del cetaceo. “Man mano che andavo avanti con le operazioni di scarnificazione, raccoglievo di tutto, soprattutto buste di plastica e perfino un vaso da giardinaggio. È stata una delle esperienze più incredibili, commoventi e toccanti di tutta la mia vita” dichiara il biologo.

E così, dopo ogni busta o pezzo di plastica estratto dalla pancia dell’animale, in Carmelo si concretizza sempre di più l’idea di dare una collocazione ai resti del capodoglio in un museo e fare diventare Siso, questo il nome con cui il biologo ha deciso di battezzare il cetaceo, un simbolo della lotta contro l’inquinamento e della salvaguardia del mare, un monito affinché tutti possano vedere con i propri occhi gli effetti della plastica nei nostri mari.

“Ho scelto Siso come nome per il capodoglio e per l’intero progetto in onore del mio amico Francesco: è stato lui ad aiutarmi a portare a terra le ossa dello scheletro del cetaceo e purtroppo, tragedia nella tragedia, è morto durante un incidente stradale, proprio il giorno dopo la conclusione delle operazioni. Noi lo chiamavamo Siso”, racconta Carmelo.

Per un anno intero Carmelo si dedica a un complesso e lungo processo di pulizia delle ossa del capodoglio. “Le ossa dei capodogli sono molto ricche di grasso ma Siso era già diventato un simbolo di rivincita contro l’inquinamento e quindi, per rendere l’operazione ancora più significativa dal punto di vista ambientale, ho deciso di utilizzare metodi di pulizia antichi, senza solventi chimici”, spiega il biologo.

A febbraio del 2019 Carmelo comincia la ricostruzione del gigantesco scheletro del cetaceo per poi avviare la pratica di musealizzazione, grazie al Comune di Milazzo (che crede nel progetto del giovane biologo, concedendo l’autorizzazione per la sua esposizione presso la meravigliosa cornice dell’antico Castello di Milazzo) e soprattutto grazie al progetto “”, una campagna di crowfunding per la raccolta fondi per l’allestimento dell’esposizione.

In virtù dell’inaspettato e incredibile successo della campagna, Carmelo riesce a raccogliere circa quarantamila euro e così ad agosto 2019 la nuova casa di Siso viene finalmente inaugurata: si chiama ospitato dentro il Bastione di Santa Maria, l’antico duomo della città di Milazzo, divenuto in seguito carcere e oggi simbolo del patrimonio marino a rischio.

“Entrare al MuMa è un po’ come entrare dentro la pancia di una balena; si tratta si un viaggio introspettivo in cui il visitatore è coinvolto in un percorso di emozioni che, come nella Divina Commedia, porta dall’Inferno verso il Paradiso, tra luci, colori, rumori e istallazioni artistiche”, racconta Carmelo, che è anche direttore del museo. Un lungo braccio metallico e dei cavi tengono sospeso Siso in aria in una stanza allestita apposta per lui; attorno alla sua coda è stata sistemata anche la rete illegale in cui il cetaceo è stato trovato intrappolato, oltre a tutta la plastica rinvenuta nel suo stomaco. Con l’aiuto di una scenografia luminosa che ne traccia la sagoma, è possibile comprendere le impressionanti dimensioni del cetaceo.

Grazie al progetto, in un certo senso, Siso torna a rivivere come simbolo di una tenace battaglia per la salvaguardia dell’ambiente e per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e soprattutto le nuove generazioni, nei confronti di un tema sempre più caldo come quello della presenza della plastica in mare.

Il MuMa – Museo del Mare ad oggi non è ancora completo e continua, insieme alle numerosissime attività di divulgazione scientifica di cui Carmelo si fa portatore soprattutto destinate ai ragazzi (laboratori, visite guidate tramite un innovativo sistema di realtà aumentata).

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