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Svalbard, un fragile equilibrio

Isola dello Spitzbergen, una delle tante montagne che circonda il capoluogo di Longyearbyen. All’interno di una di queste è situata il Global Seed Vault, la banca mondiale dei semi

Abitate da più da orsi polari che persone (i residenti sono meno di 3000) le Svalbard sono un luogo con pochi eguali al mondo, soprattutto in considerazione dell’immenso patrimonio naturalistico e geologico. La storia che possono narrare sull’evoluzione del nostro pianeta è tanto lunga quanto preziosa: è questo l’unico luogo al mondo dove si possono scoprire rocce appartenenti ad ogni era. Ed è sempre alle isole Svalbard, ad Isfjorden, che sono stati ritrovati resti perfettamente conservati di un pliosauro, fra le più grandi creature marine del Giurassico.

Scoperte nel 1596 dall’esploratore olandese William Barents, le Svalbard furono definite per oltre quattro secoli la “terra di nessuno” visto che dal momento della loro scoperta fino al 1925 non furono governate da nessun stato finché, dopo la Prima guerra mondiale, la sovranità del territorio venne riconosciuta alla Norvegia, sebbene con anomali limiti dovuti ad un particolare trattato firmato nel 1920.

Le Svalbard di oggi sono ricoperte per un 60% da ghiacciai, in un ambiente, marino e terrestre, messo in crisi da riscaldamento globale e da un fenomeno noto come al centro di una “sala di controllo” di correnti marine, un “nastro trasportatore” noto come che a sua volta regola le temperature e il clima in tutto il mondo.

Ed è proprio in questo arcipelago ai margini del mondo, così apparentemente freddo e inospitale, che nel 2008 è stato creato il , la banca mondiale dei semi, una specie di arca di Noè dei tempi moderni, finanziata in buona parte da Bill Gates con un investimento di 25 milioni di dollari, che ospita qualcosa come 850.000 campioni di semi con lo scopo ufficiale di preservare la diversità biologica. Fra queste ci sono anche le 21 colture più importanti per l’umanità, ovviamente indispensabili in caso di cataclisma per ripartire da zero.

Il tunnel di accesso alle camere di conservazione, lungo 120 metri, è stato posizionato all’interno di una grotta protetta dal permafrost per garantire una temperatura costante anche in caso di problemi agli impianti di refrigeramento ma proprio nel 2016 le prime infiltrazioni di acqua sono state un altro  campanello di allarme che qualcosa sta cambiando a livello climatico a riprova di quanto sostenuto da , glaciologo e dottore di ricerca in scienze geografiche, il quale afferma che lo stato superiore del permafrost, che ha cominciato a sciogliersi più velocemente durante i periodi più caldi, non è più in grado di congelare di nuovo, e ciò porterebbe a future conseguenze ambientali disastrose anche per il rilascio del metano intrappolato nel sottosuolo.

Dal 1991 al 2019 ho visitato questo arcipelago dieci volte e sicuramente l’ho trovato diverso, più di recente, nelle temperature, decisamente più alte della media di vent’anni fa, e nelle precipitazioni che da nevose spesso si sono trasformate in piovose.
Tra le prime vittime dello sciglimento del permafrost c’è Barentsburg, villaggio di minatori russi, in cui il terreno sta cedendo e con esso anche le sue abitazioni.  Pyramiden, altro insediamento dell’ex-impero sovietico che durante lo sfruttamento dei giacimenti fossili ospitava un migliaio di abitanti, oggi conta solamente tredici persone in estate e tre in inverno, a supporto di un turismo ancora piuttosto limitato anche se in netta espansione come in tutto il resto dell’arcipelago.

A nord ovest di Longyearbyen, a sei ore di motoslitta, si trova Ny Alesund, l’insediamento più a nord al mondo posizionato a 78°55” di latitudine nord ma che in realtà è un villaggio-laboratorio abitato esclusivamente da scienziati e ricercatori di dodici nazioni fra cui i nostri italiani del CNR che, attraverso la base “Dirigibile Italia”, hanno installato la torre artica più alta al mondo per lo studio della troposfera. Una torre che non a caso porta il nome di “Amundsen-Nobile” perché proprio da qui partirono le due spedizioni in dirigibile del generale Umberto Nobile, quella vittoriosa del 1926 con il sorvolo del Polo Nord e quella tragica del 1928 dove il dirigibile, quasi a termine della sua missione, si schiantò sui ghiacci.

La costa ovest fa dei suoi scenari il punto di forza ed il Monaco Glacier, sebbene negli ultimi 10 anni abbia accelerato il suo processo di fusione scoprendo parte della costa, resta uno dei luoghi più maestosi assieme a Magdalenfjorden. La costa est delle Svalbard è la meno accessibile ed in un certo senso quella ancora più selvaggia e totalmente disabitata. Si può raggiungere sia in nave facendo il periplo dello Spitzbergen, l’isola maggiore dell’arcipelago, oltrepassando così gli 80° di latitudine nord, oppure in motoslitta, viaggio che resta una piccola e gelida avventura.

Hayesbreen è uno dei ghiacciai più suggestivi della zona. Il silenzio è assoluto, il freddo pungente. Ma la meraviglia dei colori del ghiaccio che vanno dal verde al blu intenso, scolpiti nelle forme più bizzarre, sono una visione quasi surreale. Tunabreen invece è il luogo ideale per una sosta, per piazzare la tenda ed esplorare l’intero fiordo. Il fronte del ghiacciaio è immenso, smisurato di fronte a noi che lo percorriamo lungo costa sugli sci. Le pareti di ghiaccio assomigliano a pinnacoli di roccia e i continui crepitii talvolta anticipano la fragorosa caduta di enormi blocchi che si frantumano in miriadi di piccoli icebergs.

La baia di Mohnbukta ed il Koenig glacier con i suoi 3.000 anni di storia è forse il punto più spettacolare della costa est, nelle rare giornate di sole, quelle in cui anche l’aria è tersa, si riescono a scorgere le isole di Edgeoya e Barentsoya che distano una cinquantina di chilometri. Ed è proprio nella remota costa est che l’orso polare, il silenzioso guardiano dei ghiacci si può avvistare più facilmente sia perché c’è maggior quantità di ghiaccio, sia perché le aree di riproduzione di mamme orse sono situate nelle Kong Karl islands che sono ancora più ad est e vietatissime a chiunque.

Jon Aars, senior research scientist al Norwegian Polar Institute è fra i massimi esperti al mondo di orsi polari ed è lui stesso a parlarci della fragilità di questo delicato ecosistema dove si concentrano varie forme di inquinamento come i PCB (policlorobifenili) presenti nell’aria che in più di una occasione modificano la genetica degli orsi polari con alcuni casi evidenti di ermafroditismo. “Non si discute se i cambiamenti climatici abbiano un effetto sugli orsi polari. La domanda da porsi è quanto grande e critico possa essere questo effetto” afferma Aars.

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