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Per le patologie cardiovascolari interventi sempre meno invasivi: la scommessa della scienza 

La nuova generazione di cardiologi e angiologi interventisti si forma qui, al Congresso Internazionale di Cardiologia Interventistica EuroPCR2019, organo di formazione ufficiale dell’Associazione Europea di Interventistica Percutanea Cardiovascolare (EAPCI), che quest’anno ha visto la presenza a Parigi di oltre 11mila partecipanti. Per gli interventisti è il più importante appuntamento annuale per confrontarsi, discutere casi concreti per il costante miglioramento della pratica clinica e riflettere sulle innovazioni nel trattamento di tutte le patologie cardiologiche e vascolari, prima causa di morte nel mondo e nel nostro paese.

Questa edizione, la trentesima, fa il punto sulla rivoluzione in atto nell’interventistica cardiovascolare: «Non ci si concentra più sulla singola patologia o sull’esecuzione eccellente di un determinato intervento, come ad esempio la perfetta applicazione di uno stent. Oggi, che stia eseguendo un’angioplastica carotidea per prevenire l’ictus o stia trattando una patologia valvolare, periferica o congenita, si guarda al paziente nel suo complesso» spiega l’italiano Alberto Cremonesi, co-direttore di questo grande congresso, già presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica e da poco responsabile del Dipartimento Cardiovascolare dell’Humanitas Gavazzeni di Bergamo. La visione olistica richiesta dal rapido avanzamento delle conoscenze e dal progressivo invecchiamento della popolazione che porta ad un aumento della complessità dei casi.

L’innovazione farmacologica e tecnologica procede a passo spedito; alcune opportunità erano impensabili fino a tre anni fa e molti dispositivi sono in fase di sviluppo. «Prima del congresso, si svolge l’Innovators Day, per discutere le novità in via di sviluppo nell’interventistica cardio-vascolare nei prossimi quattro o cinque anni – spiega Cremonesi, il cui team è stato l’unico gruppo italiano a eseguire, durante le Live session del congresso, interventi in diretta dalle sale di emodinamica di Bergamo – Sono prototipi o procedure non standardizzate che potrebbero un giorno entrare nella pratica clinica e sulle quali noi specialisti ci confrontiamo insieme a istituzioni e aziende con un lavoro di “pattugliamento dell’orizzonte” nell’ottica di aumentare la propria consapevolezza e di provare a pianificare in un settore come il nostro in cui le esigenze di cura del paziente devono trovare una risposta sempre meno invasiva e più sicura».

Un traguardo il cui raggiungimento in Italia è sempre piuttosto complesso, nonostante la conoscenza da parte delle Istituzioni Sanitarie Nazionali del reale fabbisogno terapeutico che scaturisce dalla situazione epidemiologica. «Nel nostro paese, frequentemente i vincoli di budget a cui gli ospedali sono sottoposti negano a molti pazienti l’accesso alle migliori soluzioni disponibili» ammette Cremonesi, parlando di soluzioni cui spesso ci si riferisce a torto come ad innovazioni unicamente perché non sono ancora entrate nella routine clinica, ma che nuove non lo sono affatto. Continua la tendenza a ridurre l’invasività degli interventi.

«Ci stiamo preparando a un futuro in cui l’attuale approccio standard, quello cardiochirurgico, verrà sostituito con una minor invasività, come è accaduto per la patologia valvolare aortica, in cui oggi si interviene per via percutanea, a cuore battente e con un rischio ridotto rispetto alla chirurgia convenzionale, una più pronta convalescenza e una minore incidenza di complicanze peri-operatorie. Così accadrà un giorno anche per la valvola mitrale e la tricuspide».

La complessità dei pazienti, sempre più anziani e afflitti da più disturbi contemporaneamente, e la crescente innovazione disponibile richiede una «gestione multidisciplinare del paziente da parte di un team composto da tutti gli attori dell’interventistica cardiovascolare, cardiologi, cardiochirurgi, chirurghi vascolari, elettrofisiologi, radiologi e neuroradiologi, specialisti clinici».

I grandi team dipartimentali devono sostituire le “grandi star” nel garantire al paziente il miglior trattamento possibile secondo le best practice e le linee guida. «Noi medici abbiamo l’ambizione di applicare correttamente l’innovazione per il bene del paziente; per far questo dobbiamo condividere le nostre conoscenze collettive. Questo fenomeno di scambio culturale è essenziale per meglio comprendere non solo i vantaggi ma anche i limiti dei nostri interventi. Non a caso la comunità di EuroPCR dedica alcune sessioni alla discussione e riesame dei casi più complessi o andati incontro a complicanze: solo in questo modo potremo progredire nel cammino della conoscenza».


Fonte: http://www.lastampa.it/scienza/benessere


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