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Università, il Tar contro la legge Gelmini: “Crea precari a vita”

ROMA – Tre giudici del Tar del Lazio ora mettono in discussione la legge Gelmini, la “240” sull’università italiana, in un suo passaggio centrale: i ricercatori precari. La sezione Terza, infatti, ha rinviato alla Corte di giustizia dell’Unione europea il ricorso di un avvocato amministrativista – Federico Dinelli, studio nella capitale, un lungo percorso da ricercatore all’Università di Roma Tre – constatando che , abbia fin qui costretto i post-laureati a una precarietà senza sbocco. Cosa impedita dal diritto comunitario (articolo 267).

Uno dei grandi problemi creati dalla legge Gelmini è la soppressione negli atenei italiani del ricercatore a tempo indeterminato. La “240”, infatti, ha creato due tipi di figure, e soltanto due, per la ricerca post-laurea: il ricercatore a tempo determinato lettera A (di tipo A, quindi) e quello di tipo B. Il primo, dopo aver vinto un concorso, ha un rapporto di tre anni con l’ateneo rinnovabile di altri due. Dopo cinque stagioni deve lasciare l’università (e non ha possibilità di entrare in un percorso da docente). Nel secondo caso, il percorso di tipo B, dopo un contratto di tre anni l’ateneo può sottoporre il ricercatore a una valutazione che gli può aprire l’accesso alla carriera di professore associato. Il ricercatore B, nel frattempo, deve però aver superato – altro esame – l’Abilitazione scientifica nazionale per professore di seconda fascia.   In Italia, in un percorso medio che vede, dopo la laurea, tre anni di dottorato di ricerca, da uno a tre anni per un assegno di ricerca (dopo relativo concorso), quindi tre-cinque anni da ricercatore di Tipo A, uno studioso ha la possibilità di essere espulso dal sistema universitario alla fine di 7-11 stagioni di precariato. Intorno ai 35 anni di età, ecco. Nel 2018, va ricordato, .

Il ricercatore Federico Dinelli, oggi uno studio da avvocato avviato e una qualifica da Cassazionista (altro esame), si è ritrovato in questa impasse – per molti drammatica -, nonostante la laurea triennale in Giurisprudenza conseguita con lode, la specialistica con lode, il dottorato di ricerca in Diritto amministrativo concluso al primo posto. L’avvocato Dainelli, 35 anni, dopo cinque stagioni da ricercatore di Tipo A, è riuscito sì ad ottenere l’Abilitazione nazionale per i titoli maturati – la patente per diventare professore –, ma, poiché ha realizzato il percorso di tipo A, non potrà diventare un associato automaticamente. Sarà necessario un altro concorso (non richiesto, invece, al ricercatore di tipo B).

, l’avvocato Dinelli ha chiesto di essere stabilizzato – cioè assunto da Roma Tre – in conseguenza “dell’accertamento dell’incompatibilità della legge Gelmini, nella parte in cui rende strutturale la figura del ricercatore precario, con i principi del diritto europeo in materia di contrasto all’abuso del rapporto di lavoro a tempo determinato”. Il Tar ha fatto propri questi argomenti e li ha girati in Lussemburgo. In mano alla Corte di giustizia adesso c’è il destino di migliaia di precari – ed ex precari espulsi – dell’Università italiana. Di questa ordinanza – emanata il 28 novembre scorso, resa pubblica in queste ore – dovrà tenere conto anche il viceministro Lorenzo Fioramonti che, con la sua delega all’università, ha dichiarato di voler estremizzare la stessa “Gelmini” con una nuova riforma dell’arruolamento accademico: cinque anni, ha proposto ai ricercatori Fioramonti, e chi non ha ottenuto la cattedra uscirà dal circuito. 


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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