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“Troppi sprechi nel cibo. E' ora dobbiamo cambiare tavola”

“Troppi sprechi, troppe monoculture che stanno impoverendo il terreno e catene di distribuzione infinite che spostano inquinando enormi quantità di cibo da una parte all’altra del pianeta”. Chhavi Jatwani, a capo del design & Innovation del Future Food Institute, racconta così il sistema agroalimentare di oggi. Nella giornata mondiale dell’alimentazione, istituita nel 1945 dalla Fao, il lavoro da fare stando all’istituto per la quale lavora è ancora molto. “Un terzo del cibo prodotto va perso”, continua Jatwani, appena intervenuta al Ted X Bologna. “Si spreca a tavola, si spreca nel trasporto e nella produzione. Senza dimenticare che in molti Paesi si sprecano anche calorie, mangiando troppo e male”.

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Nata e cresciuta a Nuova Delhi, 29 anni, la ricercatrice indiana in Italia è arrivata per seguire un dottorato in food design a Milano cinque anni fa. Ma si è accorta ben presto che l’alimentazione è una questione che va affrontata nel suo complesso se si vuol arrivare ad un’economia più sostenibile. Il Future Food Institute di Bologna, che vive grazie ai contratti con le aziende e ai finanziamenti per i vari progetti di ricerca, tenta di operare sul fronte sia dell’educazione sia della sperimentazione, aiutando diversi grandi produttori del settore a trovare il modo aumentare la qualità limitando gli sprechi.  

Chhavi Jatwani, a capo del design & Innovation del Future Food Institute di Bologna    Chhavi Jatwani punta il dito soprattutto contro le monoculture come avviene nel documentario Kiss the Ground di Josh Tickell, con la voce narrante di Woody Harrelson, disponibile in Italia su Netflix. Imposte dalle multinazionali, cresciute con un uso disinvolto di pesticidi, le monoculture intensive così come gli allevamenti rendono pian piano arida la terra e in generale indeboliscono i singoli Paesi che si ritrovano incatenati alla produzione di una sola manciata di prodotti.

“L’agricoltura deve passare da monocultura a rigenerativa, dove si preserva il suolo”, spiega Jatwani. “Certo, scegliendo di coltivare specie differenti e quindi diversificando, si preserva il terreno ma si produce meno. E’ necessario cambiare completamente sistema: la realtà è che il prezzo che paghiamo per il cibo è troppo basso e quel che non paghiamo acquistando un alimento a buon mercato lo paghiamo poi in salute”.

Fa l’esempio dell’India dove ci sono 300 varietà di riso ma si coltiva quasi esclusivamente il basmathi distruggendo così la biodiversità. Quando si parla di alimenti a chilometro zero e stagionali, si sta semplicemente dicendo che è di gran lunga preferibile consumare quel che è cresciuto nelle vicinanze senza doverlo far arrivare magari dalla Cina o dal Brasile. Le lunghe catene di intermediazione nella vendita diventano poi direttamente proporzionali alla scarsa chiarezza su origine degli alimenti e alle pessime condizioni di chi coltiva e alleva, oltre ad inquinare e spesso.  

Il problema principale sta nei costi della trasformazione del settore agroalimentare. Produrre meglio, meno, diversificando e rispettando la biodiversità locale, significa non solo abbandonare buona parte delle logiche di mercato attuali ma anche, sul piano individuale, pagare di più per quel che mettiamo in tavola.

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“Non c’è altra strada”, conclude Chhavi Jatwani. “Anche perché non abbiamo alternative. Se continuiamo così distruggeremo il pianeta. Per questo serve un ecosistema complessivo e non singoli cambiamenti nell’agroalimentare e serve la conoscenza. Per questo insistiamo sull’educazione al Future Food Institute”.  

E’ però un terreno scivoloso. In Francia un provvedimento come la carbon tax per disincentivare l’uso di combustibile fossile ha fatto esplodere la protesta dei gilet gialli. Parliamo di un aumento di 14 centesimi al litro, una spesa di circa 10 euro al mese per chi percorre ogni giorno una media di 25 chilometri. La differenza fra mezzo chilo di spaghetti dozzinali e un pacco fatto con grano di qualità e prodotto con metodi artigianali è molto maggiore. Se venisse imposto per molti sarebbe difficile da digerire.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml


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