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Buste di plastica: i divieti in aumento sono efficaci?

Spesso descritte come il prodotto di consumo numero uno al mondo, nonché il più ubiquitario, le buste della spesa, o shopper, sono ora tra i prodotti più banditi a livello globale. Secondo un report delle Nazioni Unite, nel luglio 2018 erano 127 le nazioni ad aver bandito o tassato l’uso delle buste di plastica, e le normative in merito si sono diffuse e moltiplicate così velocemente, specialmente a livello locale, che anche un gruppo terroristico appoggiato da Al Qaeda si è unito al coro dei divieti definendo le buste di plastica “una seria minaccia al benessere dell’uomo e degli animali”.

L’Unione Europea ha intrapreso azioni per vietare le buste di plastica nell’ambito di uno sforzo più esteso mirato a ridurre gli oggetti in plastica ritrovati più comunemente sulle spiagge europee. Negli Stati Uniti, nell’aprile 2019 New York è diventato il secondo stato, dopo la California, a vietare i sacchetti di plastica, e nell’inverno 2018 nelle sezioni legislative di stato sono state presentate in merito almeno 95 proposte di legge, più di qualsiasi altro anno (le Hawaii hanno di fatto bandito le buste di plastica a livello nazionale, perché ogni contea ha emesso il proprio divieto).

Tuttavia mentre i divieti sulle buste si stanno diffondendo in tutto il globo, la loro efficacia, nonostante l’apprezzamento ottimista di Wakibia sullo sforzo mostrato dal Kenya, rimane da stabilire. I divieti sulle buste hanno generato divieti su altri prodotti in plastica, inclusi piatti, bicchieri, posate, cannucce e bottiglie, nel tentativo di ridurre la plastica usa e getta, che rappresenta il 40% circa di tutta la plastica prodotta a livello mondiale.

Ma se tali divieti riusciranno effettivamente a ridurre in modo significativo i rifiuti in plastica (che finiscono negli oceani a un ritmo medio di 8 milioni di tonnellate all’anno) resta tutto da vedere, soprattutto se si considera la previsione che la produzione di oggetti in plastica raddoppierà entro il 2040, arrivando a rappresentare il 20% della produzione di petrolio mondiale entro il 2050. Anche i più ardenti sostenitori dei divieti sono consapevoli dei limiti delle normative.

“Per quanto sia importante vietare l’utilizzo delle buste di plastica usa e getta al fine di ridurle come fonte di rifiuti, non cambierà il mondo”, afferma Mark Murray, direttore esecutivo di Californians Against Waste. “Il punto fondamentale, secondo me, è comunicare alla politica, all’opinione pubblica e all’industria che dobbiamo fare qualcosa di serio per ridurre le confezioni di plastica, e se non lo faranno loro, lo faremo noi, vietando uno a uno i loro prodotti”.

Da prodigio a minaccia

Sono bastati meno di 4 decenni perché le buste di plastica passassero dall’essere un prodigio a diventare una minaccia. Le buste di plastica nascono durante il boom di prodotti plastici per la casa successivo alla seconda guerra mondiale, e diventano popolari negli anni ‘70. Per la fine degli anni ‘80 i negozi di alimentari statunitensi si erano convertiti alla plastica, che aveva sostituito la carta; successivamente le buste di plastica proliferarono nell’ordine dei milioni.

Non ci sono dati statistici certi sul numero di shopper in plastica attualmente prodotti, anche l’American Progressive Bag Alliance, un gruppo commerciale del settore, dice di non conoscere il dato. Le Nazioni Unite stimano che la produzione mondiale si aggiri tra 1 e 5 trilioni di buste. Anche considerando la stima al ribasso, significa un uso di 2 milioni di buste al minuto, secondo l’Earth Policy Institute.

La proliferazione dei sacchetti di plastica è stata tale da sopraffare i sistemi di raccolta dei rifiuti delle nazioni occidentali. E il fatto che i sacchetti in plastica sottile siano tra i prodotti in plastica meno riciclati – nonostante il polietilene possa essere facilmente riciclato – non è stato d’aiuto. Negli Stati Uniti sono pochi gli impianti di differenziazione che li accettano, perché tendono a far inceppare i macchinari non idonei a lavorare le pellicole.

e e fiumi, e la minaccia che rappresentano per la fauna selvatica è stata ampiamente documentata. Una volta arrivate in mare, si degradano velocemente. In un inquietante esperimento eseguito presso l’Università di Plymouth in Inghilterra, Richard Thompson, scienziato marino che ha coniato il termine microplastica, e due dei suoi studenti hanno “dato da mangiare” pezzi di buste di plastica ad alcuni anfipodi, piccoli crostacei simili ai gamberetti, che hanno velocemente sminuzzato un sacchetto intero in 1,75  milioni di microscopici frammenti.

I sacchetti di plastica vengono “mangiati” anche da tartarughe marine, delfini e balene. È noto il caso di due balene morte, con lo stomaco pieno di sacchetti e altri oggetti di plastica, che vanno ad aggiungersi ha un numero sempre crescente di vittime del mare. In Kenya il problema interessa bovini ed elefanti.

Un’ondata di divieti

Il Bangladesh approvò il primo divieto sulle buste di plastica nel 2002 smentendo l’argomentazione di chi si opponeva a divieti e tasse per non danneggiare in modo sproporzionato le nazioni e le popolazioni povere, in cui è ampiamente diffuso l’uso di sacchi e sacchetti di plastica – facilmente reperibili e gratuiti –  per trasportare cose e conservare oggetti personali. 

Il continente africano è ora al primo posto nell’applicazione delle normative anti-sacchetti di plastica: le sanzioni applicate dal Kenya sono le più severe al mondo: qui, produttori, importatori e distributori rischiano una multa fino a 38.000 dollari o 4 anni di prigione.

In Danimarca, dove nel 1993 è stata applicata la prima tassa sulle buste di plastica al mondo, gli abitanti usano in media quattro buste di plastica all’anno. Per contro, negli Stati Uniti – il principale produttore di rifiuti da confezioni e imballi in plastica – gli americani usano quasi una busta a testa ogni giorno.

L’opposizione ai divieti

L’opposizione politica ai divieti negli Stati Uniti è stata alimentata da alcuni studi che evidenziano i limiti delle normative. In California, ad esempio, Rebecca Taylor, economista all’Università di Sidney, ha rilevato che nelle città in cui le buste sono state bandite prima dell’entrata in vigore del divieto nazionale nel 2016, gli acquirenti usavano meno buste, riducendo i rifiuti di plastica di circa 18.000 tonnellate. Ma nel suo studio Taylor ha rilevato anche la contemporanea crescita nelle vendite di sacchetti per rifiuti, che quindi per compensazione riduce il calo registrato nelle buste di plastica a 12.700 tonnellate.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml

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