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Coronavirus: il Nepal chiude l'Everest

Il Nepal ha già avuto modo di dimostrare in che ordine di priorità inserisce il redditizio settore alpinistico. Ad esempio, dopo le relazioni di un pericoloso “sovraffollamento” sull’Everest nel 2019, quando furono rilasciate 381 autorizzazioni alla scalata ad alpinisti stranieri, il governo nepalese annunciò nuove regolamentazioni tese a ridurre il numero degli alpinisti sull’Everest nel 2020. Recentemente, tuttavia, il governo ha fatto marcia indietro e deciso di non applicare affatto quelle norme. 

Misure di contenimento del virus

Il governo nepalese ha denunciato due soli casi di  – di cui uno già risolto – sebbene gli operatori sanitari nepalesi affermino che la questione non è “se” il virus colpirà il Nepal, ma “quando”. C’è preoccupazione sulle possibilità del Nepal di fronteggiare la situazione con la sua media relativamente bassa di 0,7 medici ogni 1.000 persone (paragonato, ad esempio, alla percentuale di 2,6 degli USA).

“Portare il COVID-19 in una popolazione in condizioni di salute peggiori e che ha meno risorse, potrebbe causare un danno enorme, afferma Monica Piris, medico di spedizioni alpine che ha al suo attivo 12 scalate sull’Everest e più di 20 spedizioni intorno all’Himalaya: “Abbiamo la responsabilità di proteggere questa gente”.

Oltre alle considerazioni di tipo economico, ci sono quelle etiche che riguardano il viaggiare verso questa regione durante una pandemia fuori controllo. L’influenza stagionale è già una notevole sfida per il Nepal: lo scorso anno, un’epidemia si è abbattuta sulla regione del Khumbu e ha colpito duramente molte comunità. Molti alpinisti si ammalarono, ma a farne le spese è stata soprattutto la popolazione locale. 

Ghimire concorda, richiamando l’attenzione sul fatto che nella maggior parte del Nepal, in una singola casa vivono tre generazioni di persone: una condizione pericolosa per questo specifico virus, che sembra colpire principalmente gli anziani. “Non abbiamo le infrastrutture e un’epidemia potrebbe essere un disastro”. 

Anche negli anni in cui l’incidenza delle malattie è più bassa, pochi alpinisti sopravvivono senza ammalarsi al percorso di due settimane attraverso la valle del Khumbu, fino a raggiungere il campo base dell’Everest in Nepal. Alpinisti ed escursionisti alloggiano insieme negli stessi rifugi e tea house, che offrono generalmente spazi ridotti e ambienti comuni per i pasti. La disponibilità di acqua corrente è limitata in molti posti, e anche solo può essere impossibile in questa regione. 

“Per un virus, la regione del Khumbu è il paradiso delle ,” afferma Piris “tante persone, da tutto il mondo, che portano la propria versione mutata del virus. Si ritrovano tutti negli stessi spazi, consumano i pasti su tavolini ravvicinati tra loro. Persino le pratiche igieniche di base sono limitate: è in assoluto il luogo migliore per diffondere un contagio”. 

Piris afferma di essere “sollevata” dalla notizia che l’Everest sia stato chiuso alle scalate per questa stagione. Una delle sue preoccupazioni più grandi come medico era quella di riuscire a distinguere un’infezione virale da altri disturbi respiratori più comuni causati dall’altitudine che colpiscono gli alpinisti dell’Everest, come la cosiddetta “tosse del Khumbu”.

“L’idea di trovarmi a contrastare un’infezione particolarmente virulenta al campo base sull’Everest non è particolarmente allettante” afferma. “In montagna sei limitato in quello che puoi fare, così finisci per cercare di curare tutto. Considerato dove saremmo stati, la logistica per l’evacuazione delle persone non sarebbe stata facile”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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