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Coronavirus: in Sudafrica la pandemia potrebbe incoraggiare un cambiamento

Questo vale soprattutto nella comunità di Khayelitsha, una zona a rischio per il , che presenta anche la prevalenza più elevata di tubercolosi (TBC) nell’area metropolitana di Cape Town; nel 2015 un terzo delle donne incinte di quest’area erano positive all’HIV.

“Chi era in difficoltà prima, ora è doppiamente a rischio” afferma Claire Keene, coordinatrice medica di Khayelitsha per Medici Senza Frontiere (MSF), che gestisce l’ospedale da campo in collaborazione con le autorità sanitarie locali.

in Sudafrica è andata in controtendenza rispetto a quanto avvenuto in altri Paesi. Il lockdown anticipato, appena tre settimane dopo il primo caso confermato il 5 marzo, sembra aver risparmiato al Paese la rapida crescita esponenziale avvenuta in Italia e in Spagna. Ma la nazione non è stata in grado di fermare la diffusione, a differenza di Corea del Sud e Nuova Zelanda. I modelli matematici prevedono che in Sudafrica il COVID-19 provocherà un numero di morti compresi tra 40.000 e 48.000 entro la fine di quest’anno.

Ora, mentre il Paese allenta le restrizioni, permettendo così ai cittadini ormai rimasti privi di mezzi di ricominciare a guadagnarsi da vivere, il Sudafrica si sta preparando per una nuova ondata di infezioni. Le reti sanitarie, pensate per lottare contro le due epidemie più devastanti al mondo, ovvero HIV e TBC, sono state inglobate nella risposta al COVID-19. Il governo ha messo in campo oltre 28.000 operatori sanitari locali per lo screening del coronavirus nelle aree povere e i team un tempo dedicati al tracciamento dei contatti dei pazienti affetti da TBC, ora sono stati dirottati sulla gestione della nuova pandemia.

Eppure molti temono che questo spostamento di risorse possa annullare i progressi ottenuti a fatica contro HIV e TBC. I dati nazionali mostrano che durante il lockdown il numero di test condotti per la tubercolosi è diminuito della metà, perché le persone non potevano recarsi nelle cliniche oppure non volevano farlo per timore di contrarre il coronavirus. Secondo molti operatori sanitari, il lockdown ha fatto registrare un calo nel numero di pazienti che accedono alle terapie per TBC e HIV e un grande sondaggio nazionale condotto dallo Human Sciences Research Council ha rilevato che il 13% dei pazienti ha avuto problemi a reperire regolarmente i medicinali durante il lockdown per la COVID-19.

“Serviranno anni per recuperare ciò che abbiamo perso negli ultimi mesi” afferma Gavin Churchyard, CEO dell’Aurum Institute, un’organizzazione sanitaria e di ricerca non profit con sede a Johannesburg.

Epidemie incrociate

L’ospedale da campo di Khayelitsha è una delle numerose strutture temporanee realizzate per accogliere i pazienti affetti da COVID-19 a Cape Town che, con i due terzi degli oltre 50.000 casi di coronavirus del Paese, è attualmente l’epicentro dell’epidemia in Sudafrica. Gli ospedali da campo a Cape Town prevedono di aggiungere collettivamente 1.400 letti entro la fine di questo mese, ma le proiezioni mostrano che la città potrebbe comunque esaurire i posti letto quando a luglio arriverà il picco.

I residenti di Khayelitsha si trovano ad affrontare una miriade di problematiche, dall’incertezza che riguarda cibo e lavoro alla violenza di genere e l’abuso di droga. Considerando che uno qualunque di questi problemi potrebbe ridurre in povertà le persone o far sì che abbandonino le terapie a lungo termine per l’HIV o la TBC, la COVID-19 “non potrà che peggiorare la situazione”, prosegue Keene.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml

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