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Coronavirus: queste promettenti cure stanno iniziando a salvare delle vite

Se la maggior parte di noi è confusa dal turbinio di aggiornamenti sul coronavirus, immaginate la situazione per Adarsh Bhimraj. Questo medico della Cleveland Clinic ha dovuto affrontare un crescente carico di lavoro facendo parte di un team composto da 16 persone incaricato della gestione delle linee guida della Infectious Diseases Society of America per il trattamento della COVID-19.

Oltre a occuparsi dei pazienti presso l’ospedale dell’Ohio e anche del suo stesso lieve caso di coronavirus, Bhimraj ha dovuto valutare un costante flusso di nuove informazioni su come curare i pazienti affetti dal virus. Ricercatori di tutto il mondo stanno conducendo oltre un migliaio di sperimentazioni cliniche random per testare i trattamenti applicati sui pazienti COVID-19. Il compito di Bhimraj e dei suoi colleghi appartenenti al panel per lo studio delle linee guida è quello di vagliare le tante informazioni in arrivo ed evidenziare i risultati più promettenti.

Per quanto ci sia ancora tanta incertezza, le conoscenze su come funziona il coronavirus e su come combatterlo si stanno lentamente consolidando. Dopo otto mesi di pandemia, i medici stanno riuscendo a gestire meglio le cure della malattia. Alcune terapie sono a base di farmaci completamente nuovi, mentre altre si basano su farmaci comuni che in studi clinici precedenti si sono già dimostrati sicuri ed efficaci per altre patologie. Altri miglioramenti si sono ottenuti modificando leggermente i trattamenti standard. Tutto questo, poco a poco, sta salvando delle vite.

“Nessuna di queste terapie rappresenta un punto di svolta, come dice Fauci, giusto?” dice Bhimraj, riferendosi alle dichiarazioni di Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive statunitense, “ma sicuramente si stanno dimostrando utili”.

I medici intervistati dal National Geographic hanno evidenziato che in merito alla cura per la COVID-19 non sono state scoperte ricette miracolose né soluzioni semplici. Farmaci antivirali, anticorpi e terapie immunostimolanti, sia somministrati singolarmente, sia sotto forma di cocktail farmacologici, richiederanno tempo per essere affinati. Anche un vaccino non arresterà completamente il virus nel suo decorso, e le conseguenze che la COVID-19 può avere a lungo termine sulla salute rimangono sconosciute.

“Ad oggi non abbiamo le risposte a tutto questo, e dovremo combattere questa malattia in tutto il mondo per il prossimo anno o due”, afferma Stephen Holgate, immunofarmacologo presso l’Università di Southampton. “Avere a disposizione una serie di trattamenti sarà molto importante, ed è di cruciale importanza avere le prove della loro efficacia”.

Miglioramenti tangibili

Una delle centinaia di ricerche che mirano a convalidare i rimedi anti-COVID-19, in corso presso l’Università di Oxford, sembra essere quella decisiva in termini di speranze concrete (e non di dichiarazioni sensazionalistiche): la sperimentazione RECOVERY (Randomised Evaluation of COVID-19 Therapy) è un’ampia attività in corso nel Regno Unito per testare i trattamenti per la COVID-19.

Uno dei farmaci tra i tanti trattamenti possibili attualmente in fase di test è lo steroide desametasone. La COVID-19 può attivare un’eccessiva risposta immunitaria, e il desametasone, come altri steroidi, è in grado di smorzare e modificare quella reazione. Il 16 giugno il team ha pubblicato i primi risultati sul desametasone, che indicano che tra i pazienti di COVID-19 che necessitavano di ossigenoterapia o ventilazione meccanica, il desametasone ha ridotto il rischio di morte di un terzo, rispetto alla sola terapia standard. Per i soggetti con forme più lievi della malattia che non necessitano di ossigeno supplementare il desametasone non sembra essere d’aiuto, e anzi potrebbe addirittura peggiorare le cose. Ma nei casi più gravi il desametasone rappresenta una potenziale ancora di salvezza.

“Abbiamo annunciato i risultati all’ora di pranzo, e già nel pomeriggio i funzionari sanitari responsabili qui nel Regno Unito sono andati in ogni ospedale facendo adottare questa come pratica standard”, afferma il cardiologo di Oxford Martin Landray, uno dei ricercatori a capo della sperimentazione RECOVERY. “Non posso dimostrarlo, ma sono piuttosto sicuro che entro il weekend, saranno di più le vite salvate, grazie a questo”. Lo studio è stato formalmente pubblicato sul New England Journal of Medicine il 17 luglio.

Bhimraj ha elogiato la sperimentazione RECOVERY per la sua ambizione e perché i ricercatori che la stanno portando avanti hanno dato seguito a quanto annunciato ai media con ampi risultati. “Non mi interessano le prestampe; stiamo avendo non poche difficoltà a causa dei comunicati stampa”, afferma, riferendosi ad altri casi in cui gli annunci ai media di trattamenti promettenti sono stati seguiti da mesi di silenzio.

Come è arrivata la sperimentazione RECOVERY a risposte chiare, mentre altre sperimentazioni nell’epoca della COVID-19 avanzano a fatica? Landray afferma che è diventato macchinoso avviare sperimentazioni cliniche, a partire dai lunghi e complicati moduli di consenso, fino all’ingombrante quantità di dati raccolti per ogni paziente. La sperimentazione RECOVERY, invece, è stata concepita per essere pragmatica, addirittura essenziale, e reclutare più pazienti possibile. È un fattore importante per una sperimentazione clinica, perché più grande è il campione testato, maggiori sono le probabilità che i ricercatori rilevino segnali verificabili dell’efficacia del trattamento. In collaborazione con il servizio sanitario nazionale del Regno Unito, la sperimentazione RECOVERY ha reclutato circa 15.000 pazienti fino ad ora, che Landray dice corrispondono a un sesto dei casi ospedalizzati di COVID-19 nel Regno Unito dall’inizio della sperimentazione.

Il 25 giugno la Infectious Diseases Society of America ha aggiornato le proprie linee guida di trattamento con la raccomandazione condizionata del desametasone, e gli Istituti nazionali di sanità statunitensi hanno seguito l’esempio nelle proprie linee guida. Anche se il desametasone non è tecnicamente un farmaco approvato dall’FDA (Food and Drug Administration, organismo federale USA per il controllo degli alimenti e dei farmaci, NdT) per la COVID-19 (nessun farmaco lo è), questo steroide è stato il primo farmaco ad aver dimostrato di poter aumentare la sopravvivenza alla COVID-19. La domanda per questo economico rimedio — che costa circa 25 dollari (circa 21 €) a flacone — è cresciuta così tanto e così rapidamente che i farmacisti americani ne stanno segnalando la carenza.

L’obiettivo della sperimentazione RECOVERY non è solo di convalidare le terapie efficaci, ma anche di verificare quando un potenziale trattamento viene rilevato mancante. In giugno i ricercatori hanno annunciato i risultati di una sperimentazione condotta su 4.716 soggetti con idrossiclorochina, il farmaco antimalarico promosso da leader come il presidente americano Donald Trump e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. I risultati — pubblicati senza revisione scientifica il 15 luglio — indicano che l’idrossiclorochina non ha apportato alcun beneficio clinico chiaro nel trattamento della COVID-19, una conclusione cui sono giunti anche una serie di altri studi.

Nonostante abbia chiarito l’utilità di un paio di farmaci, ci sono domande alle quali la sperimentazione non ha dato risposta. Landray dice di voler testare il plasma di soggetti convalescenti, una trasfusione ricca di anticorpi a base di sangue di pazienti COVID-19 che sono guariti. Negli Stati Uniti il plasma sanguigno recentemente ha ricevuto un’autorizzazione di emergenza sulla base di presupposti controversi, ma RECOVERY dovrà attendere fino all’autunno per iniziare una sperimentazione, quando i casi — e quindi i soggetti da reclutare — potrebbero aumentare di nuovo durante la preannunciata ondata invernale di COVID-19.

Prossime novità?

Un primo progresso nella grande caccia alle possibili cure riguarda il Remdesivir, un antivirale riadattato che può leggermente accorciare il tempi di guarigione dalla COVID-19. Ma i ricercatori stanno cercando anche modi per potenziare la naturale risposta antivirale dell’organismo. Una potenziale strada è rappresentata dall’interferone beta, una proteina che fa parte del sistema immunitario umano.

Normalmente, quando una cellula viene infettata da un virus, rilascia molte versioni degli interferoni che dicono alle cellule vicine di attivare la loro difesa nei confronti dei germi e produrre un cocktail di composti antivirali. SARS-CoV-2 sembra tuttavia essere bravo a eludere questo meccanismo di interferoni, di conseguenza la risposta iniziale nei polmoni non si attiva completamente, lasciando che il virus agisca indisturbato.

Le notizie su questa dinamica hanno attirato l’attenzione di Synairgen, una società britannica di biotecnologie. Synairgen sviluppa da anni un aerosol respirabile di interferone beta usato nel trattamento di pazienti affetti da gravi forme di asma e di malattia polmonare ostruttiva cronica, per meglio combattere le infezioni virali.

In una presentazione fatta agli investitori il 20 luglio, i rappresentanti di Synairgen hanno affermato che in uno studio randomizzato su 101 soggetti ospedalizzati i pazienti trattati con interferone beta hanno registrato una probabilità del 79% inferiore di morte per malattia o di necessità di ventilazione invasiva, rispetto ai pazienti trattati con metodi standard. Tra i pazienti trattati con interferone beta si è registrato inoltre un più alto tasso di guarigioni e meno casi di difficoltà respiratoria.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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