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    Lo studio: “I bambini allattati artificialmente ingoiano milioni di microplastiche al giorno”

    I bambini allattati artificialmente ingoiano milioni di particelle microplastiche al giorno, secondo una ricerca descritta come una “pietra miliare” nella comprensione dell’esposizione umana a minuscole plastiche.Un articolo della testata inglese Guardian, pubblica i risultati di una nuova ricerca condotta al Trinity College di Dublino, in Irlanda: avrebbe scoperto che il processo ad alta temperatura raccomandato per sterilizzare le bottiglie di plastica e preparare il latte artificiale ha fatto in modo che le bottiglie perdessero milioni di microplastiche e trilioni di nanoplastiche ancora più piccole.
    Bottiglie di plastica riciclata al 100%: via libera al decreto
    13 Ottobre 2020

    Le bottiglie di polipropilene testate costituiscono l’82% del mercato mondiale, con le bottiglie di vetro come principale alternativa. Il polipropilene è una delle plastiche più comunemente utilizzate e test preliminari degli scienziati hanno messo in evidenza che bollitori e contenitori per alimenti producono anche milioni di microplastiche per litro di liquido.Le microplastiche nell’ambiente erano già note per contaminare il cibo e le bevande umane, ma lo studio mostra che la preparazione del cibo in contenitori di plastica può portare a un’esposizione migliaia di volte superiore. Gli impatti sulla salute sono sconosciuti e gli scienziati dicono che c’è un “bisogno urgente” di valutare il problema, in particolare per i neonati. Il team ha anche prodotto linee guida sulla sterilizzazione per ridurre l’esposizione alla microplastica.
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    “Un giorno le zucchine dell'orto sono diventate troppe. Mi sono detta: Facciamone un lavoro”

    Valentina Stinga ha 31 anni, una laurea conseguita alla Bocconi in Marketing Management e un’impresa agricola che vende cassette di prodotti a clienti “abbonati”, tutte le settimane. Tra uno speech in Israele e uno in Turchia, Valentina organizza, monitora il lavoro per far crescere zucchine e pomodori.  Quelle zucchine e quei pomodori che l’hanno portata a diventare responsabile di Donne impresa Coldiretti della Campania. “Il progetto è quello di avere un giorno un laboratorio mio per le conserve, che sono il secondo step. Però davvero ho iniziato con le zucchine, su un terreno a Sorrento che mio padre aveva acquistato”. Tre ettari che sono un sogno in quella zona, sotto un sole e con un terreno che regalano ortaggi carichi di sapore. Ma Valentina, ragazza bellissima e con una buone dose di ironia e auto ironia, ha iniziato a coltivare già a 23 anni. Perché è tornata a casa? “Vivere a Milano è il sogno di molti, soprattutto di chi ha fatto studi come i miei, ma..”. Ma? “Ma la mia terra, quella dove sono nata è stata un richiamo fortissimo, tra l’altro non sono figlia di agricoltori, non ho una tradizione familiare alle spalle, l’impresa di mio padre opera nei trasporti. Però a un certo punto lui ha comprato questo terreno e io mi sono decisa a tornare a casa”.Valentina Stinga ha lavorato per Booking.com con notevole successo, ed è probabile che quelle conoscenze le siano servite per iniziare l’attività di imprenditrice agricola. Come? “Ho iniziato con un orto per gli amici – racconta – non è stato facile, tre ettari in questa parte del mondo non sono pochi ma neanche tanti per un’azienda agricola. Per me all’inizio è stato come un gioco. Poi le zucchine sono cresciute, sono diventate tante. Troppe. E allora mi sono detta: facciamone un lavoro”. Valentina aveva 25 anni a quel tempo e ha iniziato con un blog, un po’ di social, e poi ha trasformato tutto in un business. Le prime cassette con più ortaggi le ha spedite nel 2017, tutto attraverso gruppi WhatsApp, Valentina spedisce cassette di prodotti di stagione una volta a settimana. “La produzione ovviamente non è infinita, quindi ho anche liste di attesa. Quando i clienti fissi vanno in vacanza o non hanno necessità dei prodotti mando a chi è in lista d’attesa. Insomma non si butta via nulla”. Durante il lockdown i clienti sono aumentati e le spedizioni sono andate anche oltre confine. Pagamento tutto alla consegna. L’anno scorso è iniziata anche la vendita di prodotti conservati, dall’orto ai barattoli. “Abbiamo olio, conserve di pomodoro e altri prodotti – spiega l’imprenditrice – ma non possiamo ancora farli noi, per un problema di tracciabilità. Ci affidiamo a un laboratorio esterno. Il prossimo step sarà quello di avere un laboratorio tutto nostro e produrre direttamente”.   

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    La misteriosa moria dei kiwi. “Potrebbe avere a che fare con i cambiamenti climatici”

    Non ha un nome e forse non è nemmeno una malattia. I tecnici la chiamano avversità o fitopatia. Termine tra scienza e burocrazia per definire un nuovo male che rischia di mandare al tappetto la coltivazione dei kiwi in Italia. Circa il 10% della produzione di questo frutto è già compromessa a causa di una misteriosa moria che ne blocca la maturazione attaccando il cuore della pianta, le radici.

    Le cause e i danni economici. A differenza della Xylella che ha decimato gli olivi del Salento non è dovuta a un insetto importato dall’estero. Non è infettiva ma a partire dal Veneto, dove è comparsa quasi dieci anni fa, si è ormai allargata alle aree più vocate come il Lazio, in particolare la provincia di Latina, l’Emilia Romagna, il Friuli Venezia-Giulia e il Piemonte. I sintomi possono manifestarsi a distanza di anni e, almeno per il momento, non c’è una cura. Insomma un rompicapo biologico. Tanto che il ministero delle Politiche agricole ha istituito da qualche giorno un gruppo di lavoro tecnico-scientifico per circoscrivere i confini del fenomeno e indicare le misure più adatte per rallentarlo. È presto per dichiararla una cultivar a rischio estinzione ma l’Italia è tra i primi cinque produttori al mondo di questo frutto e la moria finora ha provocato perdite che sono state stimate attorno i 750 milioni di euro. Naturale che questa sindrome sconosciuta, che per il momento si è affacciata solo nel nostro Paese, abbia fatto scattare l’allarme.

    Il nesso con i cambiamenti climatici. “Questa moria è con ogni probabilità legata ad alcune conseguenze dirette dei cambiamenti climatici come le frequenti bombe d’acqua e l’aumento delle temperature estive. Due fattori che indeboliscono la pianta fino ad annegarne le radici, che poi marciscono. – spiega Marco Scortichini, ricercatore del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e membro della task-force sul kiwi – A questo bisogna aggiungere che, in alcuni casi, ci sono anche tecniche agronomiche come il passaggio frequente di mezzi pesanti in campo e un’irrigazione eccessiva che favoriscono questo fenomeno. Anche funghi e batteri già presenti nel suolo e che vivono in assenza di ossigeno hanno un ruolo perché possono aggredire la pianta con più facilità quando viene stressata da fattori ambientali”. La moria colpisce tutte le varietà di kiwi, sia quelle a polpa verde che quelle gialle o rosse. Di solito, si presenta durante la bella stagione e sembra avere un decorso molto veloce che nel giro di qualche settimana decreta la morte dell’albero.Le tecniche per salvare i kiwi. Tra le sperimentazioni più promettenti per contenere la moria del kiwi in Italia ci sono metodi per evitare il ristagno dell’acqua oppure la cosiddetta baulatura. “Si tratta di una tecnica di lavorazione con cui si rialza il terreno di circa 40 centimetri e che offre più spazio alle radici per crescere. – aggiunge Mauro Uniformi, segretario del Consiglio dell’Ordine nazionale degli agronomi e titolare di un laboratorio di analisi in provincia di Latina che lavora sul kiwi – Si è rivelato utile anche ottimizzare i sistemi di irrigazione con dei dispositivi, che si chiamano tensiometri, e sono in grado di misurare le reali necessità d’acqua delle radici”. Un altro fronte di ricerca riguarda il portainnesto: una sorta di pianta ausiliaria ma con radici più robuste su cui viene innestata la varietà più delicata e da frutto che così cresce con maggiori difese. Un sistema già presente e ampiamente collaudato per specie arboree che hanno reso celebre la nostra agricoltura come il pesco, il melo e il pero. Il kiwi, finora, è l’unica, tra i big, a non avere ancora un portainnesto dedicato.   
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    Da Rochester il primo superconduttore a temperatura ambiente

    “La superconduttività finalmente raggiunge la temperatura ambiente”. È stato presentato così sull’ultima copertina della rivista Nature il traguardo raggiunto dai ricercatori dell’Università di Rochester. Gli scienziati, infatti, sono riusciti a osservare, per la prima volta, il fenomeno della superconduttività in un materiale da loro sintetizzato in laboratorio, a temperatura ambiente, sotto elevatissime pressioni. Qualcosa che, per dirla con le parole di Ranga Dias, a capo dello studio, “potrebbe cambiare il mondo per come lo conosciamo”. I superconduttori tanto infatti promettono. Sono materiali nei quali non si osserva resistenza elettrica – come avviene nei comuni cavi elettrici – ed espulsione di campo magnetico (nel cosiddetto effetto Meissner, in cui le linee di campo magnetico passano intorno al materiale). Sono materiali delle meraviglie, perché permetterebbero, in virtù delle loro proprietà, di rivoluzionare molte delle tecnologie che ci circondano: in primis permettendo la creazione di reti di trasmissione dell’energia elettrica più efficienti recuperando quella persa a causa della resistenza, a grandi distanze, ma anche di nuovi metodi di funzionamento per i treni a levitazione magnetica o di sistemi di imaging medico come le risonanza magnetiche (entrambi utilizzano materiali superconduttori raffreddati, con costi elevatissimi), spiegano i ricercatori. Finora però, racconta Dias, tutto questo non è ancora avvenuto, proprio perché per i materiali superconduttori mostrano le loro proprietà quando si trovano a temperature molto basse. Non sempre però. Nel loro studio Dias e colleghi sono infatti riusciti a osservare la superconduttività in una quota piccolissima di materiale sotto alta pressione. Per farlo hanno combinato insieme idrogeno con carbonio e zolfo, creando un materiale (idruro di zolfo carbonioso) che hanno sottoposto ad alte pressioni, all’interno di una cella a incudine di martello, un sistema appunto che permette di raggiungere pressioni elevatissime. E osservando che quel materiale  – appena qualche picolitro, ovvero miliardi di miliardi di litro – mostrava proprietà di superconduttore, a una temperatura ambiente, di circa 15°C. Con un però: le pressioni raggiunte erano invece altissime, 39 milioni di libbre per pollice quadrato, circa 270 gigapascal. Ovvero circa 2,6 milioni di volte quella atmosferica a livello del mare. Un traguardo reso possibile, spiegano i ricercatori, giocando con le magiche proprietà dell’idrogeno: “Per avere un superconduttore ad alte temperature servono legami forti ed elementi leggeri l’idrogeno è il materiale esistente più leggero e i legami a idrogeni è tra i più forti”, racconta Dias. Solo tre anni fa ad Harvard fece parte del team che riuscì a gettare le basi del primo superconduttore a temperatura ambiente presentato oggi sulle pagine di Nature: la creazione dell’idrogeno metallico. La prossima scommessa sarà ora quella di riuscire a svincolarsi dalle enormi pressioni necessarie per la creazione del materiale, per aumentarne la produzione ed abbatterne i costi. A quando il prossimo appuntamento?  LEGGI TUTTO

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    Se il glitter fa la “festa” all'ambiente: rischio inquinamento dopo i risciacqui

    Se mal gestito il glitter finisce per fare la “festa” all’ambiente. Amato per decorare vestiti, nonché per uso cosmetico e body paint, il materiale è costituito soprattutto da plastica, creato con un film di poliestere e rivestito con alluminio e altra plastica. Se finisce nelle acque degli ecosistemi, dopo lavaggi e risciacqui, ha un impatto nocivo per gli habitat d’acqua dolce contribuendo in certi casi a dimezzare la crescita di alcune radici. I ricercatori inglesi della Anglia Ruskin University hanno spiegato nello studio “All that glitters is litter? Ecological impacts of conventional versus biodegradable glitter in a freshwater habitat”, pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, come impatta il glitter di cui facciamo uso. “Dopo 36 giorni la presenza di glitter dimezzava la lunghezza delle radici delle lenticchie d’acqua (Lemna minor), mentre i livelli di clorofilla nell’acqua erano tre volte inferiori rispetto alle condizioni di controllo, indicando livelli ridotti di fitoplancton o microalghe” si legge nello studio.
    La lavatrice inquina. E danneggia anche le cozze
    di VIOLA RITA 12 Ottobre 2020

    Il problema è che anche l’alternativa al glitter più comune, ovvero quelli che affermano di essere biodegradabili e meno impattanti e con un contenuto di plastica inferiore, creano potenzialmente gli stessi danni dopo che laviamo i nostri abiti luccicanti in lavatrice o dopo un risciacquo del trucco indossato. Fra le versioni biodegradabili prese in esame ci sono ad esempio quelle costituite da un un nucleo di cellulosa rigenerata modificata (MRC) di solito proveniente da alberi di eucalipto e rivestita da alluminio (proprio per il desiderato effetto glitter) e altri strati sottili di plastica, oppure la cosiddetta “mica glitter” (dal nome del minerale).
    Non solo gli oceani: la microplastica sta inquinando anche il suolo
    di Simone Valesini 01 Ottobre 2020

    Secondo il team di ricercatori guidato da Dannielle Green sia l’Mrc che la mica glitter possono avere effetti impattanti sulla lunghezza delle radici delle lenticchie d’acqua esattamente come il glitter classico. “L’unica differenza significativa è stata un duplice aumento dell’abbondanza di lumache di fango della Nuova Zelanda (Potamopyrgus antipodarum) nell’acqua contenente il glitter Mrc biodegradabile” scrivono gli scienziati, ricordando che le lumache citate sono una specie invasiva in Europa che può danneggiare le specie autoctone degli ecosistemi. “Il nostro studio è il primo a esaminare gli effetti del glitter in un ambiente di acqua dolce e abbiamo scoperto che sia il glitter convenzionale che quello alternativo possono avere un grave impatto ecologico sugli ecosistemi acquatici in un breve periodo di tempo” spiega Green.
    Aiuto, le microplastiche sono anche dentro di noi
    18 Agosto 2020
    “Tutti i tipi, compresi i cosiddetti glitter biodegradabili – conclude la ricercatrice – hanno un effetto negativo su importanti produttori primari che sono la base della rete alimentare, mentre i glitter con un nucleo di cellulosa biodegradabile hanno un impatto aggiuntivo nell’incoraggiare la crescita di una specie invasiva. Riteniamo che questi effetti potrebbero essere causati dal percolato del glitter, forse dal rivestimento in plastica o da altri materiali coinvolti nella loro produzione, e la nostra ricerca futura esaminerà questo aspetto in modo più dettagliato”.
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    I rifiuti degli ananas trasformati in aerogel biodegradabili

    LONDRA – I residui agricoli derivati dalla raccolta dell’ananas possono essere trasformati in aerogel, una miscela simile al gel costituita da una sostanza allo stato solido e un gas. Lo suggeriscono in un articolo pubblicato sul Journal of Environmental Chemical Engineering gli esperti dell’Università Nazionale di Singapore (NUS), e dell’Università tecnologica di Ho Chi Minh City, in Vietnam, che hanno elaborato un modo per convertire i rifiuti legati alla raccolta dell’ananas in aerogel, tra i materiali solidi più leggeri conosciuti. “I residui derivata dalla raccolta del frutto tropicale – spiega Duong Hai Minh di NUS – che secondo le nostre stime ammontano a circa 76,4 milioni di tonnellate ogni anno, vengono solitamente bruciati, utilizzati come mangime per animali o lasciati a marcire, il che comporta emissioni di gas serra e altri inquinanti. Per ogni chilogrammo di frutta prodotta, viene generata quasi tre volte la quantità di scarto di foglie di ananas. La nostra soluzione sfrutta invece un processo economico e sostenibile per formare aerogel, creati combinando un polimero con un solvente per formare un gel, rimuovendo il liquido e sostituendolo con un gas”.

    L’esperto aggiunge che tali sostanze sono porose, scarsamente dense, ma ferme al tatto. “Gli aerogel commerciali – continua il ricercatore – vengono utilizzati principalmente per l’isolamento termico e acustico, sono piuttosto costosi e la produzione comporta alti livelli di emissioni di CO2. I nostri aerogel realizzati dalle foglie di ananas sono ultraleggeri e biodegradabili, efficaci per assorbire l’olio e come isolanti termici e acustici, ma possono essere utilizzati anche nella conservazione degli alimenti e nel trattamento delle acque reflue”. Il gruppo di ricerca è al lavoro da più di un decennio, e ha in precedenza brevettato tecniche per la realizzazione di aerogel da vecchi pneumatici in gomma, fondi di caffè e bottiglie di plastica. Dal 2016 gli autori lavorano per sviluppare una procedura in grado di produrre le sostanze leggere da rifiuti agricoli e alimentari. “Abbiamo anche prodotto con successo un aerogel ecologico derivato dalla canna da zucchero – commenta Duong – che si basa su un principio simile”. L’autore spiega che in questo nuovo processo, le fibre di ananas vengono estratte grazie a una macchina per la decorticazione, poi miscelate con alcol polivinilico reticolante (PVA) e polimerizzate a 80  C per circa 10-12 ore, un lasso di tempo più breve rispetto alle attuali metodologie. “Un foglio di un metro quadrato del nostro eco-aerogel di uno spessore di un centimetro – osserva il ricercatore – costa meno di 7 dollari e può essere venduto tra i 22 e i 37 dollari. Un foglio di isolamento termico con le stesse caratteristiche può raggiungere i 220 dollari”.
    Gli scienziati stanno lavorando con diversi partner commerciali per avviare la produzione su larga scala di eco-aerogel, che potranno trovare applicazioni nella conservazione degli alimenti, nell’isolamento termico, nella riduzione del rumore, nella depurazione di fuoriuscite di petrolio o per le maschere in grado di filtrare gas tossici, particelle di polvere e batteri. “Convertire i residui di ananas in aerogel ingegneristici di alta qualità aumenterà la consapevolezza delle persone riguardo alla protezione ambientale – sostiene Phung Le, direttore della raffineria e prodotti petrolchimici e del Centro di ricerca tecnologica presso l’Università tecnologica di Ho Chi Minh City – il che potrebbe stimolare i cittadini a riutilizzare beni e prodotti, riducendo parzialmente il problema dei rifiuti”. “Sebbene una procedura completa di riciclaggio dei rifiuti non sia stata sviluppata a fondo – commenta Stephen Steiner, presidente di Airgel Technologies, di Boston – credo che questo sia un passo importante verso lo sviluppo sostenibile per costruire un pensiero creativo e innovativo della nostra generazione e per aiutare l’ambiente e preservare la natura. Questa tecnologia presenta numerosi vantaggi, come il basso costo delle materie prime, la biocompatibilità e la biodegradabilità, oltre ai numerosi campi di applicazione del prodotto, che vanno dall’isolamento all’imballaggio fino all’utilizzo destinato alle tecnologie mediche”. LEGGI TUTTO

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    Mad for Science, premio di 75 mila euro all’Istituto Buonarroti di Pisa per le idee sostenibili

    Un unico concorso e 1.700 licei scientifici italiani. Ognuno con una squadra composta da un professore e cinque studenti per elaborare un progetto di ricerca su uno dei punti dell’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile. In palio, per il primo premio, 75 mila euro. Nel Mad for Science, organizzato da DiaSorin, ha prevalso l’Istituto Filippo Buonarroti di Pisa. Il liceo, con i 75 mila euro, potrà ora ampliare il proprio biolaboratorio scolastico grazie al progetto che studia la possibilità di migliorare le proprietà nutrizionali dell’enjera, alimento di largo impiego nei paesi del Corno d’Africa, tramite l’uso dell’alga spirulina.
    Sostenibilità: a scuola i custodi della biodiversità
    01 Ottobre 2020

    Ma nel Mad for Science sono stati premiati anche altri otto istituti. Il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Trento si è aggiudicato il secondo premio, per un totale di 37.500 euro con un progetto che analizza dal punto di vista molecolare le relazioni tra i microrganismi del suolo e le piante di mirtillo in coltivazioni biologiche, intensive e in condizioni di crescita spontanea Il premio speciale Ambiente, pari a 12.500 euro, è stato invece assegnato al Liceo Failla Tedaldi di Castelbuono (PA). Si è concentrato sullo sviluppo di modelli di impianti di depurazione delle acque per la gestione sostenibile di questa risorsa in contesti rurali e cittadini, negli edifici pubblici e privati.
    Premi Erc, i ricercatori italiani secondi in Europa
    Corrado Zunino 03 Settembre 2020

    I Licei Enrico Fermi di Aversa (CE), Italo Calvino di Genova, Filippo Lussana di Bergamo, Laurana-Baldi di Urbino e Giovanni Battista Ferrari di Este (PD) hanno, infine, ricevuto un premio di 10 mila euro ciascuno da impiegare nell’acquisto di strumentazione per il biolaboratorio a riconoscimento del lavoro di qualità portato a termine nonostante la pandemia.La Giuria era composta da Francesca Pasinelli, presidente di giuria e direttore generale della Fondazione Telethon; Mario Calabresi, giornalista e scrittore italiano; Barbara Gallavotti, biologa, scrittrice, giornalista scientifica e consigliere per il coordinamento scientifico del Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia L. da Vinci di Milano; Ferruccio Resta, ingegnere e accademico, rettore del Politecnico di Milano; Andrea Salonia, professore ordinario di Urologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano; Gianmario Verona, economista e accademico italiano, rettore dell’Università Bocconi. LEGGI TUTTO

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    Salvare i leoni con l'AI: a ogni esemplare il suo ruggito

    Ad ogni leone il suo ruggito. Che i grandi felini della specie Panthera leo sfruttassero il loro maestoso verso per spaventare i nemici e comunicare con gli altri membri del proprio gruppo, anche a chilometri di distanza, era chiaro da precedenti ricerche. Meno chiaro, invece, era il meccanismo attraverso il quale riuscissero vicendevolmente a identificarsi (e se quel richiamo fosse a sua volta decrittabile). Un team di scienziati di Oxford lo ha scoperto tramite un dispositivo battezzato biologger, agganciato ai collari gps utilizzati nei progetti di conservazione e tutela in molti paesi dell’Africa subsahariana, dal Kenya a Botswana. Nel caso specifico, grazie al lavoro su cinque esemplari della Bubye Valley Conservancy, una grande riserva di caccia nel Matabeleland meridionale, nello Zimbabwe. In effetti stimare la popolazione dei leoni è un processo incredibilmente complesso ma si è reso sempre più necessario visto che negli ultimi 120 anni sono scomparsi da ben oltre il 90% del loro storio areale, cioè dell’habitat solitamente frequentato, e negli ultimi 25 anni la popolazione si è dimezzata. Il biologger è in grado di registrare i segnali acustici e i dati relativi ai movimenti. Questo corpus di informazioni ha consentito agli esperti di associare ogni ruggito a uno specifico esemplare. Il dataset è stato in seguito utilizzato per addestrare un algoritmo di riconoscimento e per capire se fosse in grado di effettuare l’operazione inversa, confermando l’ipotesi di partenza: che appunto ogni leone produca un ruggito contraddistinto da una curva di frequenza distintiva e differente da tutte le altre. Quando gli scienziati hanno fornito all’algoritmo una serie di registrazioni di ruggiti mai elaborati in precedenza, il software è riuscito ad associarlo correttamente al relativo leone nel 91,5% dei casi. Un tasso di successo sorprendente. Il sistema, esposto sulla rivista specializzata Bioacustics, è stato sviluppato dagli esperti del dipartimento di Informatica di Oxford insieme al Wildlife Conservation Research Unit, uno spin-off del dipartimento di Zoologia del prestigioso ateneo britannico che fra le molte altre battaglie portò avanti quella per il leone Cecil, simbolo proprio dello Zimbabwe, ucciso nel 2015 dal cacciatore di frodo Walter Palmer, un dentista del Minnesota che lo attrasse all’esterno dal parco nazionale di Hwange grazie alla collaborazione di guardie e cacciatori corrotti e poi lo braccò fino ad abbatterlo. E facendola franca. L’algoritmo che identifica i ruggiti potrebbe rivelarsi uno strumento utile a proteggere i circa 20 mila leoni che ancora vivono in natura. Si tratta in realtà di una stima sulla quale gli esperti non sono troppo concordi: “Il numero dei leoni in Africa sta scendendo e sviluppare strumenti economici per monitorarli e in definitiva proteggerli meglio è una priorità assoluta” ha spiegato Andrew J. Loveridge di WildCru. “La possibilità di valutare in remoto il numero di esemplari in una popolazione dai loro versi può rivoluzionare il modo in cui ne studiamo numero e composizione”. Identificare, tracciare e seguire i ruggiti, insomma, potrebbe essere essenziale visto che i leoni sono difficili da censire per diverse ragioni. Anzitutto la bassa densità della popolazione, poi il fatto che siano attivi perlopiù la notte e infine per la capacità di mimetizzarsi con l’ambiente circostante. Eppure senza una stima accurata ogni azione di tutela sul medio-lungo periodo rischia di rivelarsi poco efficace: manca infatti la consapevolezza sull’evoluzione della popolazione nel tempo, sull’estensione e la localizzazione nei diversi territori e sulle possibili cause, al di là del più spietato bracconaggio come nel caso di Cecil. La sfida per individuarli e monitorarne numero e distribuzione è insomma un rompicapo: basti pensare, come ricorda il National Geographic, che i metodi più comuni per trovarli e contarli rimangono ancora oggi quello dei richiami e quello delle orme. Nel primo caso trasmettendo con un altoparlante i versi di prede in difficoltà, come il bufalo nero, e verificare quanti leoni ne vengano attirati in una specifica area. Nel secondo attraverso il conteggio delle impronte lungo specifici percorsi. Strategie imprecise e secondo alcuni esperti statisticamente quasi inutili. Per questo fra le proposte degli ultimi tempi è emersa anche per i leoni quella nota come “Secr-Spatially explicit capture-recapture)” un metodo di marcatura e ricattura territoriale, già usato con altre specie di grandi felini. Con le tigri si sfrutta il sistema di strisce unico del mantello, che una volta fotografato consente di essere analizzato e di distinguerle in modo relativamente semplice i diversi esemplari. Nel caso dei leoni i ricercatori, con lunghe osservazioni, si concentrano invece sulla conformazione del muso, incrociando gli identikit con le geolocalizzazioni. Adesso, dopo l’ultima indagine di Oxford, potranno utilizzare anche una nuova arma: quella acustica, del ruggito diverso per ogni animale. “Non c’è una soluzione adatta a tutte le situazioni. I leoni non si possono contare nello stesso modo in tutta l’Africa, perché ogni area è unica” ha spiegato tempo fa Frans Radloff, ecologo della Cape Peninsula University of Technology in Sudafrica. “L’unico modo per fare una stima del numero dei leoni rimasti in Africa è avvalersi di tutte le tecniche”. Ora potrebbe arrivarne una in più che, stando allo stesso titolo dell’indagine, potrebbe perfino consentirci di evitare l’applicazione dei collari. LEGGI TUTTO