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    Allacciate le cinture di sicurezza: inizia il viaggio NatGeo…

    Quest’estate soddisfa la tua voglia di viaggiare con Disney+ e un tour guidato in quattro fantastiche destinazioni, ma restando comodamente sul tuo divano.
    Preparati per un viaggio mozzafiato tra le bellezze nascoste del pianeta: National Geographic ti porta a scoprire paesaggi meravigliosi in tutto il loro naturale splendore e a incontrare i meravigliosi animali che vivono in questi habitat, per vedere questi Paesi in una luce completamente nuova.
    Ecco le quattro località selezionate per il tuo biglietto di prima classe per questa estate.
    Cile
    Questa striscia di terra che costeggia il fianco occidentale del Sud America ospita esemplari di fauna selvatica unica e spettacolare. Lo sapevi che un terzo dei mammiferi del Cile non si trovano in nessun’altra parte del pianeta? Questa è un’opportunità per incontrare specie mai viste e scoprire perché la conformazione geografica del Cile lo rende il luogo perfetto per una grande varietà di animali diversi. Potrai ammirare paesaggi costieri peculiari e unici, caratterizzati da una sorprendente vita vegetale: un vero spettacolo da non perdere. LEGGI TUTTO

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    Sulle tracce dei ghiacciai: dopo 10 anni il progetto taglia il traguardo con la spedizione Alpi 2020

    Gli istituti di ricerca e le università sul campo
    Monte Bianco, Gran Paradiso, Monte Rosa, Bernina, Ortles-Cevedale, Adamello, Dolomiti, Alpi Giulie. Queste le principali destinazioni del team, composto da fotografi, registi e ricercatori, al quale si aggiungeranno cinque gruppi di scienziati, provenienti da vari istituti di ricerca e università che saranno presenti sul campo e che svolgeranno nell’ambito della spedizione Alpi 2020 le loro attività di ricerca con metodologie di volta in volta diverse:
    L’Università Statale di Milano che, nella persona del Prof. Claudio Smiraglia, attualmente affiancato dalla prof. Guglielmina Diolaiuti dell’ESP (Dipartimento di Scienze e politiche ambientali), sin dall’inizio coordina il Comitato Scientifico Internazionale del progetto “Sulle tracce dei ghiacciai”. Il gruppo di glaciologi analizzerà l’evoluzione dei ghiacciai e delle relative cause meteoclimatiche attraverso tecniche di telerilevamento (droni e satelliti) e rilievi sul campo per descrivere le condizioni superficiali dei ghiacciai e gli aspetti ecologici e microbiologici sempre più importanti a causa delle modificazioni imposte dai cambiamenti climatici.
    Il DIATI (Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture) del Politecnico di Torino che ha istituito nell’ambito del progetto di ricerca quinquennale “Dipartimento d’Eccellenza – cambiamenticlimatici@polito”, finanziato dal MIUR, il “glacierlab”, laboratorio di monitoraggio dei cambiamenti climatici sui ghiacciai attraverso rilievi geomatici e indagini geofisiche, per la ricostruzione delle superfici glaciali e lo studio dei processi di fusione, operante da alcuni anni principalmente sulle Alpi.
    Il SGL (Servizio Glaciologico Lombardo), che da 30 anni si occupa di monitoraggio dei ghiacciai lombardi, ha recentemente implementato una innovativa rete di monitoraggio comprensiva di stazioni meteo, telecamere in time-lapse e altra strumentazione determinante sia per la raccolta di dati scientifici che per la divulgazione delle problematiche connesse al cambiamento climatico.
    Il CGI (Comitato Glaciologico Italiano), la più antica istituzione (nasce nel 1895) di raccolta e analisi di dati sulle variazioni glaciali coordinerà nell’ambito della spedizione gli operatori dello stesso Comitato su tutto il territorio.
    Tra arte fotografica e ricerca scientifica
    “Il lavoro svolto nell’ambito del progetto Sulle tracce dei ghiacciai – dice Smiraglia – si è rivelato via via sempre più importante, non solo perché rappresenta una testimonianza straordinaria del possibile connubio fra arte fotografica e ricerca scientifica, ma soprattutto perché ha contribuito ad accrescere nell’opinione pubblica la sensibilità per le trasformazioni che l’umanità sta arrecando all’ambiente, di cui i ghiacciai, con la loro evoluzione, rappresentano il sintomo e il simbolo più evidente e avvertibile”.
    “Grazie ai confronti fotografici di Fabiano Ventura – proseguono Guglielmina Diolaiuti e Roberto Ambrosini – i cittadini riescono concretamente a visualizzare l’impatto antropico sui sistemi naturali e a comprendere che un cambiamento nel nostro stile di vita è necessario se vogliamo preservare l’ambiente per le generazioni future”. “Il lavoro svolto da Fabiano Ventura – dice Riccardo Scotti, geologo del Servizio Glaciologico Lombardo – si è rivelato molto prezioso per noi ricercatori. Non solo per valutare, attraverso i confronti fotografici quanto sono cambiati i ghiacciai negli ultimi 150 anni, ma anche perché, grazie alla meticolosa ricerca iconografica sono state scoperte e recuperate dagli archivi immagini storiche sconosciute alla comunità scientifica che ritraggono fedelmente il passato di territori che sono per noi oggetto di studio e di ricerca. Grazie ad esse riusciremo a migliorare notevolmente le nostre conoscenze sulle fluttuazioni glaciali e a datare alcuni eventi di un periodo storico ancora poco conosciuto come quello appena successivo alla piccola età glaciale”.
    “Il CGI – afferma il presidente prof Massimo Frezzotti – è parte attiva nel progetto sia per il prezioso materiale d’archivio ultrasecolare, sia per la fattiva presenza sul campo degli operatori glaciologici che ogni anno salgono alle fronti dei ghiacciai per valutarne le “condizioni di salute”. LEGGI TUTTO

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    Gli scienziati hanno trasformato la montagna più alta del mondo in un laboratorio climatico

    In aprile e maggio, l’anno scorso, un team multidisciplinare di oltre 30 tra biologi, glaciologi, geologi, meteorologi e geografi si è distribuito sul fianco sud dell’Everest, conducendo operazioni sul campo in altitudine, e anche nella Valle del Khumbu. “Pensiamo che il modo migliore di fare scienza sull’Everest sia di coinvolgere i vari ambiti scientifici, non un settore solo” afferma Paul Mayewski dell’Università del Maine, leader dell’impresa, che ha visto la collaborazione della National Geographic Society con la Tribhuvan University e il governo del Nepal.
    Ogni singolo studio promette di fornire una “fotografia” unica del clima sulla montagna, passato, presente e futuro. I campioni di ghiaccio e di sedimenti di lago forniranno una sorta di registrazione delle caratteristiche dell’ambiente andando indietro nel tempo fino a migliaia di anni fa. I campioni di neve e acqua ci dicono quello che sta succedendo sulla montagna oggi, incluso quello che sarà il futuro dei ghiacciai, che rappresentano una fondamentale risorsa idrica per le grandi popolazioni che vivono a valle. Il team ha anche installato una rete di stazioni climatiche automatiche che documenteranno le tendenze del clima nei prossimi anni. LEGGI TUTTO

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    Questa balena è morta con 40 chili di plastica nello stomaco

    Nel Marzo del 2019 i curatori del museo di storia naturale di Davao City, nelle Filippine, hanno ricevuto una telefonata dall’agenzia marittima locale: un cetaceo dall’aspetto emaciato nel Golfo di Davao vomitava sangue, sbandando mentre nuotava, e molto probabilmente sarebbe morto di lì a breve. Dovevano andare a prendere il suo corpo.
    Quando Darrell Blatchley, esperto di mammiferi marini e curatore del D’Bone Collector Museum di Davao City, ha riportato la balena nel laboratorio e ha eseguito la necroscopia, ha trovato qualcosa di scioccante: più di 40 chili di rifiuti di plastica ammassati nel suo ventre.
    “Lo stomaco era completamente pieno di plastica”, ha affermato. “Abbiamo estratto la prima busta, poi la seconda. Siamo arrivati a contare 16 sacchetti, oltre a confezioni di snack e grandi grovigli di corde di nylon, non potevamo credere ai nostri occhi”. 
    Suo figlio, che stava assistendo alla necroscopia, ha chiesto “Papà, ma come è riuscito a vivere tanto a lungo?” 
    I rifiuti di plastica erano così addensati nello stomaco di questo cetaceo che sembravano “duri e compatti come una palla da baseball” ha affermato, solo che erano un ammasso molto più grande, più di due palloni da basket pieni zeppi di spazzatura, circa l’8% del peso totale del giovane esemplare di zifio. Parte di questa plastica era lì da così tanto tempo che aveva iniziato a calcificarsi.
    Lo zifio, un giovane esemplare maschio lungo circa 4,5 metri e del peso di quasi 500 chili, probabilmente è morto di fame e disidratazione causate dalla plastica che gli riempiva la pancia. I cetacei assorbono l’acqua dal cibo che mangiano e sembrava che da giorni nessun tipo di cibo avesse raggiunto l’intestino. Il corpo si stava distruggendo dal suo interno: i succhi gastrici, incapaci di scomporre i rifiuti di plastica, avevano invece lacerato il rivestimento dello stomaco.
    Questo cetaceo purtroppo non è un caso isolato  
    Man mano che la crisi dell’inquinamento da materie plastiche cresce, sempre più delfini, balene, uccelli e pesci vengono trovati morti con lo stomaco pieno di plastica. Nel 2015 gli scienziati hanno stimato che circa il 90% di tutti gli uccelli marini ha ingerito una certa quantità di plastica e l’UNESCO stima che ogni anno muoiono 100.000 mammiferi marini a causa dell’inquinamento da plastica.
    Le cause della morte sono diverse. A volte, come in questo caso, la plastica impedisce al cibo di passare dallo stomaco all’intestino, facendo morire di fame l’animale. Altre volte i bordi taglienti degli oggetti ingeriti lacerano gli organi interni.
    INQUINAMENTO DA PLASTICA: UN PERICOLO PER GLI ANIMALI LEGGI TUTTO