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    DIG Festival 2020, intervista ad Alberto Nerazzini: “Celebriamo il giornalismo di qualità per vincere la paura”

    “Age of Fear” è il tema della sesta edizione del DIG Festival. Che cosa significa la parola “paura” per te?
    Convivo con la paura da sempre. Trovo delirante sentire colleghi che lavorano con il contemporaneo sostenere di non avere paura di niente. È sicuramente una sensazione soggettiva ma quello che ci accade intorno ha spesso elementi che mi fanno pensare alla paura nella vita personale, nella professione e nella società contemporanea. Il tema di questa edizione è senza dubbio il riflesso della pandemia di coronavirus che coinvolge tutto il mondo e che non potevamo schivare o nascondere. Indubbiamente il COVID-19 ha stigmatizzato le fragilità della nostra società.
    Che cosa rende il giornalismo d’inchiesta fondamentale per vincere la paura?
    Il giornalismo d’inchiesta è la forma più nobile, difficile e costosa del giornalismo perché implica delle conseguenze reali e delle protezioni legali sempre meno presenti nel giornalismo mainstream. I cittadini spesso hanno paura perché non conoscono o non sentono il bisogno di afferrare un argomento importante per la società. L’approfondimento insito nell’inchiesta riesce invece a inquadrare, e in certi casi ribaltare, la narrazione di situazioni che riguardano tutti. Penso che, con l’approfondimento e lo studio, la paura assuma forme diverse dandoci la possibilità di guardare in faccia il nemico e affrontare consapevolmente la realtà.
    Incontri, momenti di formazione, mostre ed eventi aperti alla città. Qual è il valore del DIG Festival?
    Il valore del DIG Festival è enorme. Non solo perché celebriamo da sei anni il giornalismo di qualità ma perché lavoriamo tutto l’anno per scambiare conoscenze, unire le forze e raccontare tutte quelle storie trascurate dalla narrazione dominante. DIG è inoltre sinonimo di network. Siamo una famiglia di professionisti, artisti e attivisti che si dedica allo studio della sorveglianza, del capitalismo e di tutti i grandi temi che riguardano la nostra società. Il DIG Pitch è l’unico Pitch in Europa e nel mondo dedicato al reportage d’inchiesta e investigativo che supporta i giovani autori che non hanno la forza e il sostegno per mettere in piedi un’inchiesta o un web-documentario e hanno bisogno di risorse per partire.
    Perché i media mainstream hanno smesso di raccontare storie?
    Per fare giornalismo investigativo devi sfidare il potere e mettere in discussione una versione ufficiale. Un’azione che si scontra con il rapporto tra editore e potere politico, economico e finanziario. Quando realizzi un’inchiesta, sei consapevole di poter dare fastidio a qualcuno che è più potente di te e di poterti trovare in un’aula di un palazzo di giustizia. In passato la situazione era ribaltata: si investiva in situazioni rischiose per ottenere tanto in termini di prestigio.
    Qual è la forza del giornalismo? E come è possibile, se è possibile, vincere la corruzione del potere?
    Non sono un utopista puro ma ho ben presente la forza del giornalismo. Il presidente di giuria dei DIG Awards 2020 è Alexander Nanau che ha presentato lo scorso anno fuori concorso alla Biennale di Venezia “Colective”, un documentario che consacra visivamente e narrativamente la forza del giornalismo d’inchiesta. Se ben organizzato e mirato, il giornalismo d’inchiesta può mettere in discussione e abbattere sistemi di potere difficilmente scalfibili e sfidare la corruzione del potere. Lo può fare perché lo deve fare: è insito nel suo potere più profondo e ci sono tante storie che lo dimostrano.
    Tra le novità dei DIG Awards ci sono i podcast d’inchiesta e il Watchdog Award. Puoi anticiparci qualcosa?
    L’introduzione del podcast era inevitabile. È lo strumento più antico di tutti ed è fondamentale per l’informazione e il giornalismo investigativo. Un’altra grande novità è il Watchdog Award. All’estero portare a casa un DIG Awards è un onore perché non è un premio autoreferenziale ma un incontro aperto dove si cerca di costruire delle collaborazioni transnazionali per realizzare dei lavori di inchiesta. Cerchiamo di dare un riconoscimento a opere che in Italia non arrivano e a persone che conducono battaglie fondamentali per la difesa e l’indipendenza del giornalismo. Al momento posso anticipare che probabilmente non sarà un solo premio e che daremo il Watchdog Award a qualcuno che vive e lavora in Italia.
    Il DIG Festival può aiutarci a recuperare il senso di quello che ci accade intorno?
    Assolutamente sì ma dipende sempre dai cittadini che non hanno la possibilità di conoscere o approfondire certe tematiche. Lo sforzo principale consiste nel mettere insieme tanti racconti e tante storie prendendo in considerazione la tecnica e la qualità dell’indagine.
    Nel 2020, il Festival si sposta a Modena. Che ruolo ha questa città per il giornalismo e la cultura?
    Per puro caso, Modena è la città in cui sono nato. Una città che negli anni Ottanta era un punto di riferimento per la cultura, la fotografia, la ricerca, il teatro, la sperimentazione. Poi come in tutta Italia, il decadimento si è mostrato in tante forme in un modo piuttosto aggressivo. Non abbiamo più avuto le grandi stagioni culturali perché sono stati tagliati gli esperimenti e i finanziamenti. Inoltre il nostro Festival è nato in Emilia Romagna dopo la lunga e straordinaria esperienza del Premio Ilaria Alpi. Abbiamo fondato un evento che guarda al giornalismo investigativo. Un “premio internazionale” che è in realtà un network di giornalisti, attivisti e studiosi del contemporaneo molto più trasversale. LEGGI TUTTO

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    “Camminare per cambiare il mondo”: dalle storiche proteste all'attività fisica ideale in tempo di pandemia

    Non tutti i potenziali camminatori hanno uguale accesso a percorsi da poter fare a piedi. Secondo una ricerca condotta dal Trust for Public Land, circa 100 milioni di abitanti negli Stati Uniti non dispongono di un parco entro una distanza da casa di 10 minuti a piedi. Ad agosto è stata approvata una legge per stanziare fondi per parchi e spazi verdi con l’obiettivo di favorirne la salvaguardia, le infrastrutture e l’accesso.
    Camminare non è semplicemente un’azione fisica, ed è sempre stato così. Camminare rasserena. Camminare stimola e affina la mente. L’atto del camminare è democratico, anche se l’accesso a luoghi sicuri dove praticarlo non è sempre garantito, come sanno molti membri delle comunità afroamericane e ispaniche. La libertà è l’essenza del camminare e tutti dovrebbero poter godere di quella libertà di partire e tornare a piacere, di camminare senza meta e, come ha scritto il romanziere Robert Louis Stevenson, di “seguire questa o quell’altra strada, a seconda dell’ispirazione”.
    Un toccasana durante la pandemia
    La pandemia ci ha privati di molte cose. Non solo della vita e dei mezzi di sussistenza, ma anche della capacità di agire. Ci sentiamo intrappolati, impotenti. Ci sono molte cose che non possiamo fare. Però possiamo camminare.
    Con la giusta predisposizione mentale, ogni camminata è un pellegrinaggio, una porta spalancata su novità e rivelazioni. Molti progressi sono avvenuti quasi per caso, mettendo un piede davanti all’altro. Scappiamo via dai problemi. Camminiamo verso le soluzioni.
    Mentre lavorava al suo Canto di Natale, Charles Dickens camminava per 25-30 km per le stradine di Londra, rielaborando la trama nella mente, mentre la città dormiva. Beethoven trovò l’ispirazione mentre passeggiava nella verde Wienerwald fuori Vienna, Nietzsche nelle Alpi svizzere. “Non credete ad alcuna idea che non sia stata concepita all’aria aperta e dal libero movimento”, disse il ferale filosofo.
    La scrittrice Louisa May Alcott faceva regolarmente lunghe camminate nella campagna vicino alla sua casa di Concord. Talvolta si univa a lei il collega scrittore e trascendentalista Henry David Thoreau. Insieme trascorrevano ore a gironzolare (Thoreau amava quella parola) nei prati e nei campi del Massachusetts rurale, prendendo parte alla loro “porzione di infinito”, secondo le parole stesse di Thoreau.
    Jean-Jacques Rousseau li supera tutti. Camminava regolarmente per 30 km in un solo giorno. “Non riesco quasi a pensare quando sto fermo”, diceva “Il mio corpo deve essere in movimento per rendere attiva la mia mente” (mentre camminava appuntava i suoi pensieri, piccoli e grandi, sulle carte da gioco che portava sempre con sé).
    I benefici di una passeggiata
    Studi recenti confermano l’intuizione di Rousseau. La nostra mente raggiunge il massimo della creatività alla velocità di 4,8 km all’ora, ovvero la velocità di una passeggiata a passo moderato. In uno studio gli psicologi dell’Università di Stanford Marily Oppezzo e Daniel Schwartz hanno diviso i partecipanti in due gruppi: camminatori e sedentari. Quindi hanno somministrato un test progettato per misurare il “pensiero divergente”, una componente importante della creatività. Hanno scoperto che il pensiero creativo era “costantemente e significativamente” maggiore nel gruppo dei camminatori rispetto al gruppo dei sedentari. E non è neppure necessario camminare a lungo per stimolare la creatività: sono sufficienti dai 5 ai 16 minuti.
    Quando camminiamo, ipotizzava lo psicologo Colin Martindale, entriamo in uno stato di “attenzione defocalizzata”. Chi si trova in questo stato non è distratto, almeno non nel senso che normalmente attribuiamo a questa parola. È piuttosto contemporaneamente focalizzato e non focalizzato. Vediamo di più quando camminiamo, come fa notare l’autore Edward Abbey nella sua biografia Deserto solitario: “Dall’auto non si vede niente; devi scendere da quel maledetto arnese e camminare”. LEGGI TUTTO

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    La leggendaria storia delle arti marziali cinesi: dalle origini antiche al live action di Mulan

    La fama internazionale
    Il genere riscosse sempre maggiore successo, sia negli ambienti della diaspora cinese che tra il pubblico occidentale, aiutato inizialmente da due principali studios di Hong Kong, il Shaw Brothers e il Golden Harvest. Fu il secondo, grazie alla star di fama mondiale (e molto probabilmente il più grande eroe di arti marziali cinesi) Bruce Lee, a portare al pubblico di tutto il mondo film come Fist of Fury (Dalla Cina con furore) (1972) e Enter the Dragon (I tre dell’Operazione Drago)(1973). “Il ruolo di Bruce Lee è stato cruciale”, afferma Clements “al cinema e sul piccolo schermo divenne il simbolo delle arti marziali, in particolare del wing chun [kung fu], che solo 120 anni fa era una disciplina sconosciuta, praticata solo da qualche decina di persone”.
    Il potere delle arti marziali nella promozione della cultura cinese all’estero fu presto riconosciuto dal Partito comunista della Repubblica Popolare, che all’inizio degli anni ’80 consentì le riprese del film Shaolin Temple (I giganti del karaté) sul posto, in Cina. Di enorme successo, con Jet Li nel suo primo ruolo da protagonista, la pellicola determinò un’ondata di turismo verso la Cina e aprì la strada al wushu, in tutte le sue forme, riunite sotto la International Wushu Federation, fondata a Pechino nel 1990. La federazione ora distingue le competizioni in taolu (serie di movimenti) e sanda (combattimento corpo a corpo).
    Tuttavia esiste una miriade di stili di combattimento cinesi. Sicuramente la Cina rivendica la paternità di più stili di arti marziali di qualsiasi altro Paese, anche se Giappone e Corea potrebbero contestarlo. C’è solo l’imbarazzo della scelta: si va dall’elaborata imitazione dei movimenti degli animali all’utilizzo della forza vitale nota come qi, e altri stili ispirati alla mitologia e alla filosofia cinesi.
    Divisi da fazioni antagoniste e ideologie contrastanti, e avvolti nel mistero, i vari stili vengono ulteriormente confusi in quanto classificati in molti modi differenti. Il gruppo di arti marziali del Nord, ad esempio (originarie delle regioni a nord del fiume Yangste, il Fiume Azzurro), comprendono stili come Baguazhang, Bajiquan, Chaquan, Chuojiao, Eagle Claw (Pugilato degli Artigli dell’Aquila), Northern Praying Mantis (Pugilato della Mantide Religiosa del Nord) e Taijiquan. Gli stili del Sud (delle regioni a sud dello Yangste) comprendono Choy Gar, Hung Ga, Mok Gar, Choy Li Fut, Wing Chun e Southern Praying Mantis (Pugilato della Mantide Religiosa del Nord). Esiste anche una distinzione tra stili “duri” (o esterni) e stili “morbidi” (interni).
    Il futuro dell’“arte del pugno”
    E quali sono le prospettive di tutte queste tecniche di combattimento? Per Clements, il pericolo maggiore che incombe su tutte le arti marziali moderne è quella che lui chiama “sportificazione”. LEGGI TUTTO

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    Nelson Mandela ha combattuto l’apartheid ma la sua opera non è ancora terminata

    La Defiance Campaign catapultò il programma dell’ANC e Mandela al centro dell’opinione pubblica, mentre proseguiva la protesta per i diritti dei neri. Dopo aver scontato la pena, Mandela continuò a guidare le proteste contro il governo e, nel 1956, insieme ad altre 155 persone, fu accusato di tradimento. Nel 1961 fu scagionato e visse in clandestinità per 17 mesi dopo il processo.
    Nel corso del tempo Mandela arrivò a credere che la resistenza armata fosse l’unico modo per porre fine all’apartheid. Nel 1962 lasciò brevemente il Paese per ricevere un addestramento militare e ottenere sostegno per la causa, ma poco dopo il suo ritorno fu arrestato e condannato per aver lasciato il Paese senza permesso. Quindi, mentre si trovava in prigione, la polizia scoprì documenti relativi al piano di Mandela per una guerriglia urbana. Così accusarono lui e i suoi compagni di sabotaggio.
    Mandela e gli altri imputati nel successivo processo di Rivonia sapevano che sarebbero stati sicuramente condannati a morte e giustiziati. Quindi trasformarono il loro processo-farsa in una testimonianza, divulgando la loro lotta contro l’apartheid e la sfida al sistema giudiziario che opprimeva i sudafricani neri. Quando toccò a Mandela parlare a nome della difesa, tenne un discorso lungo quattro ore.
    “La mancanza di dignità umana subita dagli africani è la diretta conseguenza di una politica di supremazia bianca”, disse. “La nostra lotta ha una portata realmente nazionale. È una lotta per il popolo africano, ispirata dalle nostre stesse sofferenze e dalla nostra esperienza. È una lotta per il diritto di vivere”. Mandela era impegnato nell’ideale di una società libera, e affermò: “se sarà necessario, è un ideale per cui sono pronto a morire”.
    Gli anni di prigionia
    Mandela non fu giustiziato, ma nel 1964 venne condannato all’ergastolo. Gli veniva concessa solo una visita di 30 minuti con un’unica persona ogni anno e poteva inviare e ricevere solo due lettere all’anno. Imprigionato in condizioni dure, lavorava in una cava di calcare e, nel corso del tempo, ottenne il rispetto dei suoi carcerieri e dei compagni di prigione. Gli venne concessa la possibilità di lasciare il carcere in cambio della garanzia che l’ANC avrebbe rinunciato alla violenza, ma rifiutò.
    Nel corso dei 27 anni di prigionia Mandela divenne il prigioniero politico più famoso al mondo. Le sue parole erano bandite in Sudafrica, ma era già l’uomo più famoso del Paese. I suoi sostenitori protestavano per la sua liberazione e la notizia della sua incarcerazione agitò gli attivisti anti apartheid di tutto il mondo.
    Nel 1960 alcuni membri delle Nazioni Unite iniziarono a chiedere sanzioni nei confronti del Sudafrica, richieste che si fecero più pressanti nei decenni successivi. Alla fine il Sudafrica era diventato un pariah a livello internazionale. Nel 1990, in risposta alle pressioni internazionali e alla minaccia di una guerra civile, il nuovo Presidente del Sudafrica, F.W. de Klerk, si impegnò a mettere fine all’apartheid e liberò Mandela dal carcere. LEGGI TUTTO

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    La storia e l'utilizzo dei guanti tra passato e presente

    Le pubblicità dei “guanti da passeggio” rosa da donna hanno iniziato ad apparirmi sulle pagine Internet ad Aprile. Sembravano un accessorio proveniente dal passato, dall’epoca di Mad Men, quando le donne indossavano guanti bianchi fino ai polsi per uscire a prendere un tè o, forse, per andare a sbrigare qualche commissione fuori casa, come comprare un cappellino o lavorare come segretaria.
    Ma in realtà i guanti da passeggio sono un’invenzione del 2020 di Echo Design, un’azienda di New York che produce sciarpe e guanti, nata nel 1923. Steven Roberts, CEO e Presidente dell’azienda, spiega che “dopo lo scoppio del coronavirus, nei supermercati continuavo a vedere i bidoni dei rifiuti pieni di guanti di plastica. Così ho pensato: come possiamo rispondere a questi dubbi? Possiamo creare dei guanti leggeri e lavabili?”
    Ne aveva a disposizione un certo numero di paia in cotone-poliestere pronti in uno stabilimento in Asia. Anche se Roberts si affretta a specificare che “non stiamo parlando di una soluzione medica, si tratta giusto di aggiungere un livello di comfort psicologico in più”, negli ultimi tre mesi Echo ha venduto migliaia di quelle paia.
    Il COVID-19 potrebbe portare a un mini revival di guanti chic, anche nella stagione calda. Ma per millenni gli uomini hanno indossato coperture sulle mani per scaldarsi, essere alla moda o proteggersi e, talvolta, un curioso mix di tutti e tre i motivi. E i guanti hanno avuto un ruolo più che fondamentale in ogni aspetto della società, dalle tradizioni reali inglesi alla medicina dell’inizio del ‘900.
    Uno status symbol fin dal principio
    Le pitture rupestri suggeriscono che gli uomini primitivi indossavano semplici muffole, probabilmente lavorate a maglia, fin dall’era glaciale. Ma i più antichi guanti esistenti, realizzati tra il 1343 e il 1323 a.C. sono un particolare modello in lino allacciato all’altezza del polso, rinvenuto nel 1922 nella tomba del faraone Tutankhamon in Egitto. “Pare che li usasse per guidare il carro”, spiega Michael Redwood, esperto di pellame e guanti, nonché autore del libro dedicato alla loro realizzazione, intitolato Gloves and Glove-Making. “Li utilizzava per tenere le redini, un’immagine dal significato anche simbolico. È uno dei primi esempi di quanto i guanti fossero importanti per la nobiltà, la chiesa e il sistema giudiziario. Tutankhamon li incarnava tutti e tre”.
    I primi guanti potevano essere lavorati a maglia a casa (nel caso dei poveri o della classe lavoratrice) oppure cuciti in tessuto o pelle (per i ricchi). Ma anche per l’alta società i guanti avevano scopi utilitaristici. Nell’Odissea Omero cita personaggi che indossano guanti per evitare i rovi. I cavalieri europei indossavano guanti in metallo lunghi oltre il polso come protezione (e per apparire minacciosi).
    I guanti divennero più comuni nell’Europa medievale, ma poiché richiedevano più risorse e abilità rispetto alle semplici muffole (per le dita e tutte le cuciture) in genere erano utilizzati soprattutto come indumento resistente (in cotta di maglia per andare in guerra, in pelle robusta per forgiare il ferro) o come accessorio alla moda o da cerimonia per i ricchi. LEGGI TUTTO