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    Come organizzare un viaggio senza la plastica monouso

    Evitare l’uso della plastica usa e getta come bottiglie e buste di plastica è già abbastanza difficile a casa ma è particolarmente arduo quando si è in viaggio. Quando si viaggia si cerca di stare leggeri, ed è normale prendere al volo un panino confezionato e una bottiglietta d’acqua. Ma eliminare la plastica monouso in viaggio è più semplice di quanto pensi, persino in un Paese straniero senza acqua potabile. 
    Ho deciso di fare questa prova in Belize, un Paese che non è estraneo al turismo ecologico. Il suo governo ha annunciato il divieto delle principali plastiche monouso come buste e cannucce nel 2019. E l’UNESCO ha eliminato la Barriera corallina del Belize dalla lista del Patrimonio mondiale in pericolo, dopo anni di azioni atte al ripristino della salute a lungo termine della barriera stessa.
    Questa mentalità green si è sviluppata anche su scala locale: è stato bellissimo visitare piccole città come Punta Gorda, dove una bibita in bottiglia di vetro è più economica di quella nella plastica, perché le bottiglie di vetro possono essere igienizzate e riutilizzate. Immagina se su ogni 30 centimetri di costa nel mondo fossero ammucchiati cinque sacchetti di plastica della spesa, ognuno pieno di rifiuti di plastica. Questa è la quantità di rifiuti di plastica che va a finire nei nostri oceani ogni anno, ed è un’immagine sconcertante. 
    Tra gli oggetti in plastica monouso troviamo buste di plastica, contenitori e posate per cibo da asporto, cannucce, le piccole confezioni di shampoo in dotazione negli hotel, bottigliette d’acqua in plastica, bicchieri di plastica e l’imballaggio di praticamente tutto ciò che di commestibile si trova in un aeroporto. Come si possono esplorare fiumi, foreste e isole di un Paese senza utilizzare nessuno di questi oggetti? 
    Ho intrapreso un viaggio di nove giorni per tentare di fare proprio questo. Ora, con l’esperienza fatta nella pianificazione, e avendo imparato molto durante il viaggio stesso, condivido con voi i miei consigli. 
    Il kit di base. Per ridurre la quantità di rifiuti, c’è bisogno di un po’ di preparazione, ma non troppa. Ogni viaggio è diverso e può rendere necessari determinati oggetti, ma nel caso specifico, questo è quello che mi sono portata in Belize: una busta della spesa riutilizzabile, un contenitore per alimenti pieghevole, sapone e shampoo solidi, posate di bambù, una cannuccia di vetro, due borracce e una SteriPen per purificare l’acqua.  LEGGI TUTTO

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    Viaggiare ed entrare in contatto con altre culture aumenta l'empatia?

    L’empatia è comunemente definita come “la capacità di mettersi nei panni di un’altra persona” oppure “di comprendere lo stato d’animo e la condizione emotiva di un’altra persona”. È uno strumento sociale fondamentale che crea collegamenti interpersonali promuovendo la condivisione delle esperienze e producendo comportamenti compassionevoli.Ma si può imparare a essere empatici? E viaggiare può favorire questo apprendimento?La risposta è complessa. “La ricerca indica che l’empatia non è semplicemente innata, ma può effettivamente essere insegnata” scrive la psicoterapeuta F. Diane Barth su Psychology Today. Mentre studi precedenti avevano definito l’empatia come un tratto che non può essere appreso, ricerche più recenti —  incluso uno studio di Harvard del 2017 —  suggeriscono che  la “competenza a base neurobiologica” dell’empatia sia mutevole e possa, nelle giuste circostanze, essere insegnata.
    Il fatto che viaggiare e vedere il mondo apra la mente dei viaggiatori, ovvero li renda più empatici, è argomento oggetto di discussione. In un sondaggio Harris Poll del 2018 su 1300 viaggiatori per affari, l’80% degli intervistati ha affermato che viaggiare li aiutava a essere più empatici nei confronti degli altri, come riporta Quartz. E in uno studio del 2010, Adam Galinsky, professore presso la Columbia Business School, rilevò che viaggiare “aumenta la consapevolezza delle connessioni e delle associazioni fondamentali” con le altre culture.L’empatia e la consapevolezza che ognuno percepisce di se stesso sono valutazioni non affidabili ma è ragionevole pensare che l’esposizione ad altre culture attraverso il viaggio possa quantomeno creare le condizioni per un confronto con i propri pregiudizi, consci e inconsci. “Se intendiamo andare nella direzione di una società più empatica e di un mondo più compassionevole, è chiaro che lavorare per migliorare le nostre capacità innate di empatizzare è fondamentale per rafforzare i legami individuali, comunitari, nazionali e internazionali”, scrive Helen Riess, professoressa associata di psichiatria presso la Harvard Medical School e autrice del report del 2017. 
    Ma la pandemia di coronavirus e, più recentemente, le proteste Black Lives Matter a livello globale ci obbligano a una spiacevole resa dei conti: tutti i viaggi del mondo potrebbero non essere sufficienti per generare la profonda consapevolezza interculturale di cui l’uomo ha bisogno adesso.
    “C’è questa falsa convinzione che viaggiare apra la mente, ma non è un aspetto implicito nel semplice fatto di viaggiare”, afferma Travis Levius, giornalista di viaggio e consulente dell’ospitalità che vive a Londra e Atlanta. “Viaggiare in sé non ti rende una persona migliore” né ti porta automaticamente a chiederti “cosa stai vivendo in termini di relazione con un’altra razza”. 
    La fondatrice di Black Travel Alliance, Martina Jones-Johnson, concorda, notando che gli enti del settore turistico hanno “reso assolutamente chiaro che viaggiare non implica necessariamente entrare in empatia”.
    La mancanza di diversità all’interno del settore turistico indica già che c’è ancora molto lavoro da fare per rendere questa industria inclusiva come il mondo dei suoi fruitori. Secondo una relazione annuale del 2019 dell’ufficio di statistiche del lavoro del dipartimento del Commercio statunitense, i lavoratori del settore del tempo libero e dell’ospitalità sarebbero prevalentemente bianchi. I consumatori, dal canto loro, affermano di voler spendere i propri soldi con le agenzie di viaggio il cui personale riflette il mondo in cui vivono, secondo il forum per l’industria dei viaggi e del turismo World Travel and Tourism Council.
    Inoltre, le aziende più inclusive hanno maggiori possibilità di evitare stonature come l’uso nella frase “free at last” (finalmente liberi, NdT) — ripresa dal discorso “I have a dream” di Martin Luther King Jr. — come didascalia di un’immagine che raffigura dei bambini bianchi che si tuffano nelle acque delle Florida Keys. La pubblicità, che è poi stata rimossa, era stata lanciata poco dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis, fatto che ha innescato proteste a livello mondiale contro la brutalità della polizia. LEGGI TUTTO

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    Anna Zegna, l’origine e l’evoluzione dell’Oasi Zegna: “Il nostro dono all’umanità”

    Qual è il segreto per conservare e sviluppare il territorio italiano?
    È fondamentale comunicare eventi e azioni positive in maniera corretta per portare le persone all’osservazione e farle sentire parte di qualcosa di più grande. Il progetto Zegna Forest porta alla conoscenza, alla responsabilità e alla partecipazione a un patrimonio straordinario. Il segreto è lasciarsi contagiare dalla bellezza della natura perché nessuno nasce pollice verde ma tutti respiriamo grazie agli alberi. Dobbiamo essere i giardinieri del pianeta e stupirci dei suoi frutti straordinari.
    Che ricordi ha del “Pensiero Verde” di Ermenegildo Zegna?
    Il “Pensiero Verde” era un concetto profondamente innovativo per l’epoca. Oggi si parla tanto di “green” ma nei primi del Novecento era un modo di vivere e vedere le cose. Ermenegildo Zegna pensava in verde quando ha costruito uno dei rari esempi di strade turistiche a beneficio del territorio. Ha valorizzato la bellezza del paesaggio per accedere a una fruizione costruita sempre più nell’ottica del turismo. Il “Pensiero Verde” era una visione di Ermenegildo Zegna sulla natura, l’ambiente, il territorio, il benessere fisico e spirituale che donava alla gente che viveva sul territorio e a chi arrivava da fuori. Il suo era un atto visionario di generosità.
    Sport, natura e divertimento. Quali sono gli altri benefici dell’Oasi Zegna?
    Siamo figli del nostro tempo. La nostra grande sfida è essere contemporanei da 110 anni sia nell’Oasi Zegna che nello stile. Oggi ci vestiamo diversamente pur indossando sempre pantaloni, camicia e giacca. È interessante vedere la trasformazione della nostra identità nel corso del tempo. Il nostro pensiero sull’Oasi Zegna si è evoluto insieme all’evoluzione dello stile di vita e delle problematiche sociali e ambientali. Quando parliamo di “visione” raccontiamo la sperimentazione avveniristica di un benessere fisico e spirituale che le persone vivono nella natura. Camminare in un bosco, esporci alla bellezza di una foresta, alla purezza dell’aria e della luce, alle sostanze volatili dei monoterpeni, elementi impalpabili che hanno un impatto sui nostri campi energetici ed elettromagnetici, ci fa stare meglio. Un’energia che non vediamo ma che la fisica quantistica ci mostra rendendo l’Oasi Zegna sempre più amata e frequentata. LEGGI TUTTO

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    Spiagge. Con l'erosione l'Italia perde quasi un miliardo d'euro l'anno

    In circa 50 anni l’Italia ha perso dai 35 ai 40 milioni di metri quadri di coste, spiagge e arenili. Secondo una proiezione di Nomisma, un metro quadro di costa produce un reddito pari a circa 1000 euro in termini di entrate turistiche, il che significa che l’erosione ha provocato, in questo mezzo secolo, un danno al sistema Paese che si aggira sui 45 miliardi di euro, sottovalutando l’indotto. Lo rileva una ricerca svolta da BlueMonitorLab, il centro studi sulla Blue Economy in Italia, sulla base dei dati e degli studi elaborati dalla start up Corema Spiagge.Allo stesso tempo, però, secondo un’analisi di Corema Spiagge, ogni anno Stato e Regioni spendono più di 100 milioni in interventi di protezione delle spiagge, ovvero pennelli, moli, scogliere artificiali e, in parte, nel ripascimento delle spiagge stesse con materiale di risulta proveniente spesso dai greti dei fiumi. (segue)Questi interventi di protezione della costa, secondo lo studio, non hanno arrestato il fenomeno erosivo, ma anzi lo hanno accelerato: secondo le più recenti ricerche scientifiche, sottolinea lo studio, non è direttamente il moto ondoso, bensì la corrente litoranea di fondo la vera responsabile dell’erosione. Mentre le onde tendono ad accumulare a riva (prova ne sono anche le mareggiate) materiali talora ripescati anche dai fondali, le correnti generano un effetto diametralmente opposto.Le correnti, distorte da difese rigide e strutture fisse in mare a funzione protettiva, generano un effetto perverso. A questo proposito, lo studio riporta un caso emblematico, quello del litorale che dal porto di Margherita di Savoia si estende sino a Manfredonia.La costruzione del porto ha fermato il flusso di sabbia trasportato dalla corrente da sud-est a nord-ovest, creando una spiaggia amplissima a sud e un processo erosivo intenso a nord, a cui si è risposto con pennelli e barriere che hanno via via spostato l’erosione verso nord: “si sono costruite circa 25 km di opere rigide, spendendo decine di milioni di euro, senza risolvere il problema, come ammesso dalla stessa Regione Puglia”, sottolinea lo studio. Effettuando una proiezione sui prossimi dieci anni, il fenomeno erosivo è destinato ad accelerare in modo esponenziale e ciò – ribadisce la ricerca – accadrà soprattutto “se le centinaia di interventi già approvati, in carenza di un qualsivoglia studio sulle correnti sia stato anche solo abbozzato, saranno concretamente effettuati”.”Dagli anni 70 a oggi sono stati spesi quasi 5 miliardi di euro in opere di protezione che nella stragrande maggioranza dei casi hanno prodotto solo danni e più di mezzo miliardo in ripascimenti puntualmente spazzati via dalle prime mareggiate. Somme queste che si aggiungono ai danni diretti da erosione nel silenzio totale delle Regioni e dello Stato”, conclude la ricerca. LEGGI TUTTO