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    Il preoccupante declino degli squali grigi del reef nel mondo

    Ripristinare cospicue popolazioni di squali non significa solo creare spazio per il recupero di questi animali. Anche la gestione delle attività di pesca è un fattore chiave, come imporre limiti di cattura e limitare le attrezzature da pesca che nuocciono agli squali. Questo nuovo studio, afferma Graham, “evidenzia l’importanza” di questo tipo di azioni.
    Regolando più attentamente le modalità di pesca degli squali e riducendo il numero di squali catturati accidentalmente, le popolazioni avranno più possibilità di riprendersi, aggiunge.
    Anche la comunicazione e la sensibilizzazione svolgono un ruolo fondamentale, afferma Carlee Jackson, ricercatrice di squali presso la Nova Southeastern University. “In molti Paesi il consumo della carne di squalo è una pratica comune, ma non è mai producente dire che questo sia ‘sbagliato’” afferma Jackson.
    Invece, far capire alle popolazioni di tutto il mondo quanto siano importanti gli squali per la salute degli oceani è un passo fondamentale. All’interno di questo processo potrebbe essere utile passare dalla pesca a un ecoturismo incentrato sugli squali e sulle barriere coralline in cui vivono.
    “Questo è positivo anche per le popolazioni locali, perché più squali vivi significano più introiti dalle attività di immersione per i turisti”, afferma Sala, “mentre uno squalo morto si può vendere solo una volta”. LEGGI TUTTO

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    Il futuro incerto dei rari “orsi dei ghiacciai” dal manto bluastro

    “Alcuni di questi orsi attraversano il campo di ghiaccio, altri attraversano a nuoto il fiordo” afferma Lewis. Ma generalmente le peculiarità del territorio creano “isole funzionali all’interno delle quali le popolazioni si sviluppano e diventano geneticamente distinte l’una dall’altra”. Questi orsi dai colori insoliti vivono solo nel sud-est dell’Alaska e nella punta della confinante Columbia Britannica.
    Ciò che più ha sorpreso Lewis, tuttavia, è la mancanza di orsi dei ghiacciai che vivono o migrano attraverso le zone meno impervie di questa regione, come nella penisola Chilkat.
    “L’area in cui non sono presenti orsi dei ghiacciai è quella che presenta meno barriere per la libera circolazione degli animali. Le montagne non sono molto alte, i ghiacciai non sono molto estesi”, afferma Lewis, il cui studio è stato pubblicato di recente sulla rivista Ecology and Evolution. “È davvero interessante che non ci siano orsi dei ghiacciai in quella zona”.
    Uno dei motivi, suggerisce, è che il ghiaccio potrebbe aiutare gli orsi dei ghiacciai a sopravvivere, il che non fa ben sperare poiché i ghiacciai dell’Alaska si stanno sciogliendo in questo che è il luogo della Terra in cui il surriscaldamento sta avvenendo più rapidamente.
    Orsi di colori diversi 
    Gli “orsi dei ghiacciai” sono stati descritti per la prima volta dagli scienziati occidentali nel 1895: uno dei predecessori di Lewis è stato tra i primi a tenere traccia dei loro stanziamenti all’interno del parco nazionale. Dopo che Lewis si è unita allo staff della riserva di Glacier Bay nel 1998, ha ereditato la mappa con i foglietti adesivi che segnano gli avvistamenti e i rilevamenti degli orsi dei ghiacciai all’interno e nei dintorni del parco, e sono stati pochi e rari.
    Nonostante siano presi di mira dai cacciatori per la loro caratteristica pelliccia, gli orsi dei ghiacciai rappresentano lo 0,4% degli orsi neri cacciati legalmente nel sud-est dell’Alaska dal 1990 al 2018, secondo lo studio. Non esistono altre stime della loro popolazione.
    Quando alcuni orsi dei ghiacciai sono arrivati a Juneau, nel punto più a sud del loro areale, nei primi anni 2000, e hanno iniziato a rovistare nei bidoni della spazzatura, Lewis e altri hanno deciso di avviare uno studio su questi animali poco conosciuti.
    In un periodo di 12 anni, i ricercatori hanno raccolto centinaia di campioni di pelo e tessuti di orso nero – alcuni tra questi ultimi erano di orsi cacciati – in un’area di 110.000 chilometri quadrati all’interno e nei dintorni del parco nazionale. Hanno preso nota del colore degli orsi e di dove venivano trovati. Poi hanno analizzato il DNA e utilizzato metodi statistici per capire la relazione che c’era tra gli esemplari, che ha portato a identificare le 10 popolazioni isolate.
    L’assenza di mescolanza tra le popolazioni potrebbe essere uno dei motivi del ridotto numero di esemplari, afferma Dave Garshelis, ricercatore scientifico di fauna selvatica presso il Dipartimento delle risorse naturali del Minnesota e co-presidente del Bear Specialist Group, istituito dalla Commissione per la sopravvivenza delle specie nell’ambito dell’Unione internazionale per la conservazione della natura.
    Allo stesso tempo, questo isolamento dalle altre popolazioni di orsi neri “più comuni” ha anche contribuito alla conservazione del particolare colore insolito dell’orso dei ghiacciai, afferma Garshelis.
    Questo perché probabilmente sono uno o più geni recessivi a causare questo “polimorfismo cromatico”, come viene chiamato, e l’incrocio con altri orsi neri lo porterebbe presto a scomparire.
    Mutazioni genetiche simili sono alla base di altre mutazioni cromatiche, tra cui quella degli orsi cinnamomo nel Nord America occidentale e gli orsi kermode chiamati anche “orsi spirito” bianchi nella zona costiera della Columbia Britannica. Tutti questi polimorfismi appartengono alla stessa specie, quella dell’orso nero americano (Ursus americanus). LEGGI TUTTO

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    Le “lumache più belle del mondo” sono minacciate dal commercio illegale

    D’Amicis ha trascorso l’intera giornata vicino al parco con Norvis Hernandez, una biologa che lavora per il parco e ha studiato questa specie di gasteropodi negli ultimi 20 anni, in cerca di un’altra specie, la Polymita brocheri. Ne hanno trovata una sola, “È come cercare un ago in un pagliaio”, afferma D’Amicis.
    La maggior parte di questi molluschi vive sugli alberi e nei cespugli, mangiando muschi e licheni, fonti di minerali che regalano al loro guscio questi straordinari colori. Non sappiamo se le colorazioni le proteggano dai predatori o forniscano alcuni vantaggi di altro tipo, afferma Bernardo Reyes-Tur, biologo ambientalista nonché esperto di gasteropodi presso la University of Oriente, a Santiago de Cuba. Le lumache sono importanti dal punto di vista ambientale come fonte di cibo per specie autoctone e rare, come il nibbio di Cuba. E, prosegue Reyes-Tur, cibandosi di muschi e funghi delle cortecce, favoriscono il benessere degli alberi, incluse le piantagioni di caffè.
    Una specie, la Polymita venusta, è così sedentaria, prosegue Reyes-Tur, che “alcuni esemplari rimangono nello stesso luogo per sei mesi”. La loro lentezza nei movimenti e il loro essere così esigenti nella scelta di un habitat le rende vulnerabili alla scomparsa. La deforestazione da parte dei produttori di caffè e per altri tipi di colture ha notevolmente ridotto il loro ambiente, ricorda Reyes-Tur. Inoltre, sono preda di specie autoctone come gli sparvieri, oltre che di animali invasivi, tra cui i ratti. LEGGI TUTTO